La storia del figlio Ghiotto di Lancillotto

Proemio

Ancor non erano passati molti giorni dall’inizio di quel nefasto vizio, che il buon Ghiotto, di stirpe medievale e d’alma rinascimentale, commissionò a me medesimo di redigere una storia.

Mi si perdoni l’accento leggermente gotico e pure un po’ toscano, ma lontano il Giovanni m’aveva rubato il lavoro.

Ghiotto, di nome e di fatto, dopo essersi accaparrato coi soldi del babbo Lancillotto, in spagnolo Lanzarote come l’isola canarina, sacchi e sporte di provviste, m’incaricò, io scrittore in erba, ma non proprio fumato, di allietare con la piuma e le parole tutti coloro che, suoi amici oppure no, dovettero in quell’allora restar serrati nelle loro vivande. Senza più poter toccare corpi alieni, senza più respirare germi e batteri.

Fu infatti così che da un giorno all’altro l’Italia si tirò addosso l’ira funesta della cagnetta a cui però non aveva sottratto l’osso. La regina stessa, pestifera e pestilenziale, era tornata. Non certo così cattiva ma neppure delicata. Quasi settecent’anni dopo quel ’48, che in Europa strappò pezzi, creó pazzi, fece puzza e riempi di pezze i vestiti senza pizza, senza cibo.

Ma questa storia, il principe Ghiottone, non la volle tener per sé, bensì regalar a cincue jovanotti, non tutti cantanti per buona sorte, l’esperienza di una quarantena mobile, crocera in giro per la penisola a forma di scarpone, lui in testa e col timone tra le mani, io con la penna testimone e i cinque scapestrati, due viri e due donzelle e un non si sa che, a raccontare fabule e novelle d’allieto.

Ed io, scrittor senza mani e albatros senz’ali, cercai di dar voce alle parole di chi, ahimè, stava perdendo ogni speme, oltre che qualche caro. Era giunta la corona, più temibile della regina d’Inghilterra e più forte di Fabrizio, diadema micidiale arrivato probabilmente con Marco Polo per la via della seta. Ancor non sapevamo quante lune avrebbero girato attorno al sole avanti di tornare a vivere normali, spendendo i denari affatica guadagnati, locande ospedaliere ricolme d’Ippocrati, Galeni e chi quant’altro, affaticati se non infettati, sacrifici eroici i loro atti.

Ghiotto il Ghiottone mostrò il suo pancione e con voce forte e olenta di vino, proferì verbo suo:

“Se’l mondo va a fracasso, io mi sono rotto il c…ranio, ohibò immagine macabra come la danza della morte, pertanto deseo personalmente sollevare del fardello le vostre povere anime impaurite”.

Disse non senza una certa spavalderia, lui così ricco d’ironia.

“Scapperemo dalla peste facendo delle feste! Non sol d’alcool e belle notti, ma di parole e di fatti. Nell’oscurità di questa nave, sola e sperduta in mezzo al mare, ciascuna bocca eccetto noi”, indicomi con su dito, “raccontare dovrà certe storielle che l’ingegno suo frutterà alla mente”.

Ma cosa entusiasmante, continuava blaterando quel Napoleone senza regno, la peggior storia sarà punita, disse, dall’ordine costituito.

“Alla fine di ogni dì, ciascun marinaio, nostromo e pescatore, raccontar dovrà la sua favella e quando il tutto si spegnerà, abbandonare la nave il fallito dovrà”.

E proruppe in risa quel marcantonio sconsiderato, mentre io, intimidito, speravo non aver inteso bene.

Tempo non ebbi per pensar che già sott’i miei piedi il vascello salpò.


Prima serata. Virus e cibo…

“Pota.

Mi tocca proprio a me cominciare con questo raccontare farfalloso. È che quel cicciobombo tozzo del Ghiottone, che parla pure in modo alquanto bizzarresco, nonché quasi bizantino, m’ha detto a me che ero la prima a dover parlare, a dover una storia inventare.

Ma io sono bergamasca… e c’ho una piccol’azienda d’edilizia che fabbrica mattoni e spalma la malta, la molta, a destra e a manca.

Facciamo su case noi. Mio papà era un muratore, un magüt.

Mio nonno era un muratore.

Suo papà un muratore.

Eppure il mio bisnonno, ol Gianni, l’era un muradür.

E indovinate un po’, in tutto ciò, cosa facevano tutto il giorno le loro mogli? Ovviamente, direte, vista l’epoca antiqua facevano i mestieri in casa e tiravano su i figli. Sapete cosa vi dico? Che avete ragione… ma oltre alle “casalinghe” preparavano la calce e i forni, pulivano gli attrezzi e bevevano pure il vino… tutte, soprattutto mia nonna, la Gina Botigliù, morta alcolizzata ma felice dopo esser schiattata trascinando un aereo con la sola forza delle sue spalle, durante una competizione di “Strongest man”, in Ucraina. Man, esatto, non woman, perché l’era prope n’om: “era proprio un uomo!”.

Bruttissima la nonna Gina, sembrava uno spaventapasseri baffuto… uno spaventapasseri ; ) per la gioia di mio nonno, il Gioàn Polentafrégia… Che davvero non so come facesse ad esser geloso di quella donna, o presunta tale.

Insomma, le quote rosa non sono mai mica mancate in casa mia…

“Cosa dici Ghiotto?, Che non devo perdermi ed uscire di tema?”

Eh già, devo stare attenta se no quel poeta da strapazzo a me mi butta in mare se non gli racconto agli altri una storia interessante e pertinente al medesimo tempo. Ma come parlo? Mi sta contagiando quella maschera del Goldoni!

Il tema della prima serata è “Virus e cibo”.

Infatti, da quando è scoppiata sta cazzo di epidemia, scusate il francesismo ma è proprio il caso di dirlo, non potevamo più uscire di casa. Eravamo stati messi dai nostri governanti in uno stato di “quarantena” (che non so perché si chiama così se si sta da soli e per 15 giorni… o forse più, ma di certo non giusto quaranta).

Iniziammo così a impanicarci tutti, a correre nei supermercati a svaligiare tutto ciò che si poteva, tutto, tranne le penne lisce ed i CD di Gigi D’Alessio… Che a me pure mi piace il rap!

Comunque, la mia storia è ispirata alla follia che vidi nella gente che, nei supermercati, si affollò, l’ultima cosa da fare con un puzzolente virus repellente di mezzo… e comprò chili e chili di cartigggienica, come direbbero al sud.

A proposito… speriamo che i nostri vicini di casa che sono scappati in Calabria non si siano portati appresso la stronzetta d’oro con le punte, corona imbalsamata dalla lama avvelenata.

Ma questi se la mangiano la cartigienica?

M’anno detto che a loro gli serve forse per farsi su le mascherine, però mica c’avessero la faccia come’l cülo… e che si lavino, non succede niente. Non sapete quante volte in cantiere, appena terminato di installare un bel cesso, lo inauguriamo?

E c’è da sperare che non ci vada mio figlio Panciotto al water, se no lì si che appesta tutto! Con quello che mangia!

Cari bambini, sentite un po’ qua la storiella di Panciottino, il mio bello schetíno…

Pancino, figlio di Panciotto,

un bel giorno fece un 48;

tutti i pesci vennero a galla

per vedere la pancia di Pancino

divenire come quella di Panciotto.

Pancino, alzatosi di buon mattino, per colazione fece preparare 5 vassoi argentati di prosciutto: crudo e cotto. In un battibaleno Pancino finì il prosciutto: così ordinò la pancetta, con tanto tanto grasso. Poi venne la bresaola, il salame, la coppa, la mortadella (quella bella) e infine il lardo, quel gran testardo!

Pancino aveva mangiato così in fretta e furia, che si dimenticò dell’anguria: infatti, lui furbino, l’aveva chiesta al posto del bicchierino, così che, mangiando al posto di bere, sarebbe cresciuto ancora un pochino! Il problema fu, che senza liquidi, il cibo non voleva andar giù: allora Pancino sentì un forte dolore alla pancia, oramai grande come una stanza!

Sta di fatto che Pancino non riusciva più a muoversi e il mal di pancia aumentava; si dice anche che un virus albergava nella pietanza, e che fermatosi proprio dentro la panza, iniziò a prender il vizio dello stesso Pancino, cioè mangiare a sbaffo e non pochino.

Il virus si chiamava Corona, era nato qualche mese prima, ma già stava facendo un bel baccano, altro che il marchese Aleramo. Mise in ginocchio l’Italia intera, e per mettere in ginocchio uno stivale, ce ne vuole! Eppure Pancino se ne stava ancora seduto sulla sedia, dentro la stanza, e iniziò a pensare, a pensare, a pensare…a come fare per tornare indietro e non commettere più un simil errore.

In quel preciso momento, una voce gridava: Pancino, figlio di Panciotto! Che ci fai lì tutto triste, vieni fuori, esci prima che sia troppo tardi! Pancino fu come destato da un sogno e, sporgendo il collo fuori dalla finestra, vide l’amico Scemo su un cavallo bianco bianco, con la criniera nera nera. La sorpresa fu tanta, che Pancino continuava a strofinarsi gli occhi, incredulo. Scemo era il suo amico d’infanzia, nome curioso per un ragazzino: i suoi genitori gli avevano dato quel nome, su proposta dello zio, che in paese era conosciuto come La Canaglia.

Sbrigati! Esci! Ci stanno colonizzando! Urlava Scemo.

Arrivo Scemo! Rispose Pancino.

Scemo sarai tu! E ordinò al cavallo di andarsene.

Pancino restò dentro la stanza in quarantena per 1 mesetto, il tempo necessario a far tornare la nonna Panzotta, la quale, tornata dall’America, lo riempì di coca-cola. Il suo arrivo lo salvò: infatti il padre, pensando che il figlio stesse male per mancanza di cibo, lo aveva obbligato a mangiare ancora, e anch’egli, mangiando a dismisura, non riusciva più a muoversi. In realtà fu la loro fortuna, perché in questo modo rimasero a casa e non contagiarono nessuno. Fino all’arrivo della nonna con la coca-cola, quest’ultima scoperta essere mortale per Corona. Oramai il virus era passato, con la coca poi, fu definitivamente annientato!

A voi sembrerà assurda questa storia, ma fu proprio così! Mio marito, quel buonannulla, ci saremo separati almeno 7 volte ma poi alla fine siamo sempre tornati insieme, aveva capito che nel cibo stava il segreto per sconfiggere il bastardo virus!

E la coca-cola ovviamente…

Forse per questo ci siamo riempiti tutti di cibo, noi, che a Bergamo, in Lombardia, in Italia, in Europa, nel mondo occidentale, globalizzato, siamo pieni di cibo da far scoppiare i supermercati ed i negozi mentre il virus della fame contagia tante persone… Ahiahhiai!!!

Ma noi siamo gente che lavora, lavoratori e lavoriamo… mattoniamo mattoni come gli Ebrei in Egitto, senza però alcun faraone che non siano il denaro, il lavoro e la voglia di fare. Ma questo è buono, è nobile… il lavoro è una benedizione di Dio! Eccerto… prova tu a vivere senza!!!!

Ma il problema non fu quello e non è questo. È che mangiare da soli, in casa, rinchiusi, non ha lo stesso sapore! Anche perché sapevamo che mentre mangiavamo, qualcun altro respirava grazie ad una macchina ed altri smettevano nel frattempo pure di farlo.

“Ma che tragico sono? Così mi chiedi Ghiottolone dei miei stivali?”.

È che fu così. Non avevamo altra soluzione che restarcene chiusi in casa ed aspettare che la mattanza finisse, da sola o con un antidoto al veleno infamicida… ma di certo col nostro aiuto.

Onestamente non pensavamo che la faccenduzza si aggravasse a tal punto da schopà fò a quella maniera… l’avevamo sotovalutata, noi sul cantiere, il panettiere, il geometra, pure il prete del paese… pace all’anima sua, è morto, solo, in casa mentre celebrava la messa della domenica senza fedeli (era proibito a quel tempo riunirsi)… CI SI POTEVA CONTAGIARE!!!

Contagiare davvero. Ma all’estero ancora non lo capivano. Per loro eravamo ancora troppo lontani, manco fossimo la Cina. In quell’epoca vivevamo con aerei, treni, automobili… e ci spostavamo tanto.

“Ma il cibo cosa centra? Ma non stai mai zitto ciciù?”

Che l’azienda aveva chiuso! AIUTO!!! CHE IL GOVERNO CI AIUTI!!! Panico totale. Ma ve lo potete immaginare? Nello stendardo della mia famiglia, nobile stirpe di magüt, sventolava il vessillo di una betoniera dorata, così bella che sembrava girare, movimento segno di vita e prosperità, e dalla quale colava non oro, non cemento, ma vino! Vino… la festa, la ciokka, la gioia, il sangue di Cristo, capite?

Il virus ci tolse pure il lavoro!!! A noi, i più lavoratori del mondo (si fa per dire)… ma questo mica era un favore per noi! Senza case da costruire, il mal del mattone trasformato davvero in un male, il vuoto.

Il vuoto.

v…

Spazio da riempire.

Irriempibile.

Sarebbe finito presto anche il cibo? No, non finì mai. La Provvidenza, manzoniana come la peste, bella come il nostro Lazzaretto, che sorge affianco allo stadio della Dea, l’Atalanta, che quell’anno stava pure per vincere la Champion’s league… riuscite a crederci!!??!?!?

Cibo ce n’era, ma lavoro no. Paura perché poi le tasse chi le paga? E i dipendenti?

E la vita chi la riempie? Mio marito, quel pezzente che non ha voglia di lavorare? O mio figlio, che mangia come non so cosa?

Forse sí…

Sapete, mi è toccato stare un mese, da sola, in casa, rinchiusa con loro, SENZA FAR SU CASE!!! CANTIERE CHIUSO T_T…

Ma ce l’ho fatta, ce l’abbiamo fatta. Mio figlio continuava a disegnare con il cibo che gli riempiva il piatto, e componeva una frase che diceva:

ANDRÀ TUTTO BENE!

E così fu.

Perdemmo denaro, tanto. E perdemmo pure i nonni, che raggiunsero la nonna Gina, stanca d’esser morta, quella dell’aereo, vi ricordate? Chissà che bevute che si staranno facendo in cielo. Di sicuro anno già cominciato su là a far su qualche castello per le divinità… ci scommetto!

“San Peter??? G’he let pò öna cà? Te la fo sö me!!!” o “Te Budda… Möes fo’n po! Laüra! Ada le che pansa ke te g’het!”…

Ma sapete cosa l’ha sconfitto il virus?

Niente.

Nessuno.

È sparito da solo, così come era venuto.

E noi abbiamo ripreso a lavorare. Come prima, più di prima (ti amerò lavoro mio)…

Ma una cosa è cambiata, anzi, più di una. Innanzitutto tanti anziani cari, e non solo anziani, non ci sono più. Ci annoh lasciato… Certo, lo avressero fatto lo stesso, sarebbero morti comunque. Ma morire da soli (caro De Andrè), soffocati, e buttati giù in sacchi neri in una chiesa vuota, come quella del cimitero di Bergamo, sotto il mosaico del Longaretti, senza funerale né un saluto dell’amata, è davvero triste : (

Ma la gente, credenti o no, cristiani o meno, gli pensava a loro e il funerale glielo hanno fatto col cuore.

Tutte le sere si applaudiscieva ai medici e infermieri, eroi nazionali, premiati dopo la guerra virotica con medagli d’onore al petto, sul cuore, sui polmoni…

Ma ogni sera, ciscuno, nel suo isolamento, ringraziava d’esser vivo e abbracciava chi se n’era andato.

Per mai dimenticare che l’amicizia, la solidarietà e l’affetto che noi tutti havevamo mangiato in quei giorni, era stato qualcosa di unico, che valeva più di molti rotoli di cartegienica…”


IL BLOG DELLA FILOSOFIA POPOLARE NON È ANCORA STATO LANCIATO UFFICIALMENTE PERCHÉ NON È ANCORA PRONTO… MA MANCA MOLTO MA MOLTO POCO… SE VUOI INIZIARE A SBIRCIARE : )