Ovvero la storia del figlio Ghiotto di Lancilloto



Primo giorno: virus e cibo

Secondo a raccontare: Full metal loco

Ecco che, dopo essersi tolto il dito dal naso ed aver ingerito quanto da esso tratto, Ghiotto lo schifosone ghiottone, cedette a me la parola. A me. Militare di professione, esperto di guerre. Non sapete quante ne ho fatte… La prima guerra mondiale, la guerra civile spagnola, la guerra dell’oppio, quella franco-prussiana, la seconda guerra mondiale e pure, udite udite, la difesa di Costantinopoli contro gli Ottomani. Quelli si che erano avvantaggiati!!! Noi di mani per mitragliare ne avevamo solamente due!

Con quello che avevo passato nella mia vita, molto avevo appreso a livello militare: tattiche, disciplina, armamenti, psicologia, dettagli, pazienza. Come dimenticare quell’uomo, quel pover uomo giapponese che fu ritrovato, solo, su di un’isola nel bel mezzo del Pacifico, solo, ad aspettare Godot, che in quella circostanza aveva il volto di un compatriotta del Sol levante o di un nemico gringo.

Ma niente.

Per anni, niente. Lui solo, su quell’isola, aspettando che la guerra desse sue notizie, che si compisse o meno il senso della sua vita. Vittoria o sconfitta? Vi prego, ditemi qualcosa!

Ma niente.

Silenzio e attesa, solitudine e impazienza. Pazienza e speranza.

Finché un giorno ecco che arrivano a prenderlo, decenni dopo, i suoi fedeli amici giapponesi. E gli dicono che la guerra era finita da 30 anni… e lui si sente un coglione. Ma soprattutto gli dicono che l’hanno persa quella guerra. Ben peggio che sentirsi un coglione. Ha passato tutta la sua vita per difendere la sua patria. Medaglia d’oro al valore, civile, militare, umano, camussiano assurdo. Poveretto.

Si chiamava Hiroo Onoda. Soldato fantasma giapponese.

Ma cosa c’entra la storia di questo eroe o forse semplice cocciuto? Che prima di morire donò 10.000 dollari ad una scuola elementare? Cos’ha a che vedere con il virus e con il cibo? Mica che poi quel batuffolo di grasso mi butta giù dalla nave… ne sarebbe capace.

Vi racconto di lui, colleghi naviganti che in mare con me siete scagliati, perché fu proprio lui ritrovare la bottiglia del messaggio ammutlito.

Il messaggio ammutolito.

Chi sono? spesso me lo chiedo? Vago solo, sperduto, da secoli, millenni, tra mille onde e peripezie, possibili padroni a cui appartenere, a cui rivelare ciò che mi porto dentro, a cui rivelare il mio messaggio segreto. Propio come voi esseri umani… E quando poi, finalmente, sto per arrivare nelle mani di qualcuno, un’onda mi sposta e mi sottrae al mio padrone, al mio lettore, manco fossi il paralitico della piscina dai mille portici.

E scappo dalle mani. Quelle mani mi scappano. E mi trovo solo. Di nuovo.

Vivevo arrotolato, da tempo immemore, dentro quella bottiglia di vetro. I Romani mi avevano visto passare, i pirati tentato di svuotare per metterci del ruhm, gli Alleati erano troppo presi dagli aerei pronti ad atterrare sulle loro portaerei. E fu così che tra le disgrazie dei millenni, mi ritrovai solo, solo con la mia bottiglia, la mia casa. Senza mai poter sapere ciò che portavo dentro, scritto sul mio corpo. Ahi, Dio solo sa quanto desiderassi una persona che mi aprisse e poi leggesse, che mi declamasse, dopo avermi incontrato, al mondo intero, o forse solamente al suo segreto, nell’intimità.

Ma niente. Solo onde. Onde e mare, mare e solitudine. Acqua e sale, illusioni di avvistamento, navi in vista, ci siamo quasi, mi troveranno… Eppure no! Solo. Solo con la mia bottiglia, come fosse la mia casa, o la mia tomba. Isolato.

In quarantena.

Le mie campane suonavano costantemente, a lutto. Dentro il vetro astronautico in cui vivevo, non si contavano più le ore, ma solo i morti che come granelli di sabbia si staccavano da me a causa dell’acqua in costante movimento. Cercavo casa, cercavo terra. Ma la terra mi rispondeva inghiottendo morti e vomitando bare, di vecchi, che probabilmente avevano già mezzo piede nella fossa. Mezzo appunto, non due. Erano come persone vive quei granelli, così numerosi da perderne il conto, senza volti, per me, ma per i loro amici e parenti, fatti anch’essi di sabbia, amori strappati ai loro abbracci e regalati ai loro ricordi.

Ricordo che la neve non scendeva mai, eppure faceva freddo. Era il freddo della solitudine, il freddo della quarantena, chiuso in casa, mentre i miei compagni di plotone, di quella guerra senz’armi, battaglia senza soldati, cadevano inermi, senza fiato, senza aiuto, senza ascolto né benedizione.

Ed io, piccolo mesaggio insignificante, assistevo a tutto questo senza poter parlare, senza proferir parola, perché nessuno mi incontrava, mi leggeva. Ero perso, ma non per colpa mia. Ero perso perché nessuno mi trovava. Forse nemmeno mi cercava.

Quanto volte, ascoltando le sirene delle ambulanze, che come un ritornello giocavano con le campane di cui sopra, pensai che fossero venuti a prendermi, a salvarmi. E invece no, non erano per me. E quindi credevo che fossero lontane, perché i granelli che morivano, quelli che la società di allora, produttiva eppure sterile, considerava spesso e volentieri scarti, eccessi improduttivi, laddove la sapienza non era certo un bene di consumo.

Industria culturale… Ullallà caro Adorno, tu e la tua “nostalgia del totalmente altro”, campi e cieli sereni dopo la tempesta.

Ma allora c’era la guerra: “Fermati Piero, fermati adesso, lascia che il vento ti passi un po’ addosso”. Sí, perché anche il vento era un lusso ai tempi del virus, eri fortunato se avevi un cane da far pisciare… mentre io, solo con la mia bottiglia, casa di vetro, mi divertivo tra video bizzarri sui social e applausi alle otto di sera, per quei medici e infermieri. Se lo meritavano quell’applauso, loro, militari della cura, guerrieri della salute, le cui armi guarivano invece di ammazzare, di distruggere.

I bambini impazzivano in casa, tra i compiti di una scuola volata via, giusto là, nel deserto dei Tartari. Didattica a distanza si chiamava, più difficile da capire che da fare, più difficile capirci che capire.

Pure le navi, da Barcellona, suonavano il loro saluto a quegli eroi. Molti di loro ammalati, altri spariti, inghiottiti dal mare che da millenni mi trasporta senza darmi pace, senza lasciare che qualcuno mi veda.

Arriverò alla spiaggia, la mia meta. Qualcuno mi aprirà, e forse capirà che di virus nel mondo ce n’erano parecchi anche prima di febbraio, prima della Cina, prima dei pipistrelli e delle mascherine che non c’erano.

C’erano i poveri per strada.

Cerano gli ammalati, gli anziani soli.

C’erano i rifugiati, profughi scacciati e negoziati tra la Turchia e l’Europa, la Spagna ed il Marocco.

C’erano i soldi che erano più pericolosi del Corona, esclusioni a vista d’occhio.

Ma sempre lontani, come la guerra, lontana da me e dai miei cari. Noi, così fortunati ad essere nati in questa congiuntura storico-astrale, epoca storica senza pari, con denaro, scuola, sanità, Netflix… Wow!

Ma a pochi passi da noi gli infetti cadevano come la sabbia.

Ma io non li vedevo, erano lontani. Paradosso della globalizzazione, il cui cuore è la sincronia, la sincronizzazione dei computer, delle mail, degli eventi di Youtube. La contemporaneità degli aerei, tutto a portata di mano, tutto così vicino, tutto così lontano. Aveva ragione Einstein, se ti muovi perdi peso, ma se non ti muovi il tempo passa diverso da chi cammina, da chi non ha una casa, da chi scappa in mare.

Non muoiono più i profughi che salpano dalla Libia?

O sono pure loro in quarantena? In un pezzo di deserto che, come i granelli della sabbia che cadono dalla mia casa di bottiglia, li difende dai lebbrosi che possono contagiarli.

Scusate la durezza, davvero. Sono solo un po’ teso perché mi sono rotto i coglioni di navigare senza sapere dove andare, senza essere letto, io, messaggio in pergamena, rotolo in bottiglia, da pirati e soldati dimenticato.

Volevo solamente dirvi, senza rancore alcuno, io, primo inutile biglietto…

Che non c’è bisogno di aspettare il virus per preoccuparsi degli altri…


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