Ovvero la storia del figlio Ghiotto di Lancillotto



Primo giorno: virus e cibo

Terzo a raccontare: Lucio Oudéis

Oh, finalmente tocca a me parlare… Sti marrani m’han già stufato.

Buonasera, o buongiorno, non so più che anno è, né che giorno é, certo questo è il tempo di vivere con te, che mi ascolti. Le mie mani, come vedi, non tremano più. E ho nell’anima, in fondo all’anima cieli immensi e immenso amore e poi amore, ancora amore, amor per te… fiumi azzurri e colline e praterie, dove corrono dolcissime le mie malinconie. L’universo trova spazio dentro me…

Ma il corggio di vivere, quello ancora non c’era.

Perché la vita è per me ormai solo un ricordo. I campi, la città, i bar e gli amici, gli animali, la fabbrica dove lavoravo… Con questa quarantena tutto ormai mi sembra inghiottito, fagocitato da questa clausura involuta, nel senso di non voluta.

E poi la mia identità va in crisi! Direi! Non so chi sono, né cosa sono, un “non-so-che” mi ha chiamato il Ghiotto figlio di Lancillotto, mecenate della letteratura che ha brillantemente ideato questo viaggio. Stiamo salpando il blu profondo del mare. In tempesta o calmo, non fa nessuna differenza, se non la nausea.

Ed è proprio per questo che il racconto che sto per proferire ha come tema proprio quello della ghiottura o ghiottaggine, che dir si voglia, e la nausea, quella del cibo che ci ha impedito di vedere e gustare per anni ciò che ora sentiamo solo come un ricordo lontano.

Io, Lucio Oudéis, il cui cognome dice tutto. Perché “Nessuno” mi ha mai spiegato la faccenda di Ulisse… Perché se lui si chiama così, il titolo dell’epopea che ne narra le gesta, il viaggio, dialetticamente illuministico, si chiama “Odissea”.

“Ma è perché lui in verità si chiamava Odisseo!”. Ed io continuo a non capire il gioco di parole… Finché capisco una cosa… la storia del ciclope, quando Ulisse e compagni scappano dal monoocchio acciecato ed infuriato, inbestialito direi, agrappati sotto le pecore, le sue pecore.

“Chi mi ha fatto questo?”, gridava Polifemo, Poli-femo, colui che “molto parla”. Chi ti ha fatto questo figlio di Poseidone?

“Nessuno!”, ti rispose Ulisse, Odisseo.

“Nessuno!”, ti rispose Oudéis.

“Nessuno!”, ti rispose Nessuno.

Ecco spiegato l’enigma! Furbo quel Nessuno, quell’Ulisse, Oudéis… Odissea. Se avessi saputo prima che in greco antico “nessuno” si diceva “oudéis”, avrei studiato più volentieri antologia a scuola. Ma cosa volete che vi dica: la mia vita è diventata un’odissea. Non nello spazio caro Kubrik, ma nel mare, solo/a con dei matti accanto a me. Preferirei essere in quarantena da sola che con sti pazzi che, se non mi infettano i polmoni, mi infettano la mente con le loro fandonnie!

Per questo, ora, parlo io. Parlo altrimenti il cicciobomba mi butta in mare. Meglio vivere male che annegare, senza fiato…

Oggi vi parlerò dunque, non senza qualche reticenza dovuta a riferimenti alquanto personali, di “Gigi, il bimbo che vomitava giocattoli”.

C’era una volta, non molto tempo fa, un bambino molto, molto felice. Si chiamava Gigi.

Gigi era felice, super felice, perché viveva in un mondo di oggetti, che nel suo caso erano per lo più giocattoli.

Gigi viveva di oggetti, amava le cose, le desiderava a tal punto che si nutriva di esse. Gigi entrava nei negozi che pullulavano cose, che “rigurgitavano” oggetti di ogni genere: c’erano ombrelli, videogiochi, casseforti, trenini, lampadine, cucchiai, coperte, letti, occhiali, sedie, scarpe, braccialetti, pentole, ingranaggi, fogli, computer… ma anche peluches, banane, ah sí, quanto cibo: scaffali pieni di sughi per cucinare la pasta, formaggi, carni, pesci, più di quanto il mare potesse contenerne. C’erano cellulari, batterie, matite.

Credimi, c’era di tutto. Ti assicuro che se ti raccontassi per filo e per segno, uno ad uno, gli oggetti di cui era imbottito il fantastico mondo ameliano di Gigi, sarebbe già passato il tempo della pandemia e pure il millennio in corso.

Ogni cosa aveva la sua finalità. Niente era per caso. Pensa che c’erano addirittura oggetti che venivano fabbricati senza senso alcuno, ma una volta prodotti, gli veniva appioppato un fine qualunque, come per esempio nei bazar cinesi: trovavi cose che facevano cose di cui non sapevi nemmeno si potessero fare.

Gigi era tanto felice in quel mondo di cose… lui ignorava il fatto che al di fuori della sua città, dove regnava il regno delle cose, ci fosse gente che non aveva cose. Per lui era semplicemente impossibile, impensabile.

Ogni giorno, dopo scuola, Gigi andava a fare la spesa con sua mamma, la famosissima contessa di Sticazzi (che nome altolocato…), la quale, mossa d’amor materno, soddisfava i conati di concupiscenza materiale, non certo sessuale, del figlio.

“Mammaaaaaa! Comprami questo!”, e lei glielo comprava.

“Mammaaaaaaaaa!!! Comprami quello!”, e la mamma obbediva.

Quanto erano lontani quei tempi in cui, a causa dell’indigenza, le madri potevano fare veramente pochi regali ai loro figli, ma quando glieli facevano, il sorriso esplodeva sui loro volti. Di entrambi.

Una volta arrivato a casa, Gigi, non aveva fame. La mamma si preoccupò all’inizio, ma, dopo aver parlato col medico di famiglia, il noto dott. Dottore, Eugenio Dottore, di professione medico, bizzarra coincidenza… dicevo, che dopo aver parlato col dottore, si tranquillizzò. Questi infatti le disse che il figlio non correva nessun rischio, come voleva dimostrare la sua stazza: non mangiava ma era rotondo come un pallone, come il globo terr-acqueo, come il ciccioghiottone qua di fuori, fuori dalla storia intendo.

Cosa succedeva a Gigi?

Gigi era affetto dal cosiddetto “morbo di ludodeficienza infantile”, detta anche “bulimia dei giocattoli”, tipica dei bambini occidentali.

Quali erano i sintomi? Chiari ed evidenti, come la verità per Cartesio. Gigi, quando arrivava a casa, incominciava ad avere movimenti di stomaco irregolari. I-r-E-eG-o-L-A-rI. Un treno impazzito arrivava dentro la sua pancia e faceva pirolette, volte, impennate, rumori strani, una bomba di gas.

E fu allora che la contessa di Sticazzi gli chiese: “figlio mio, che hai?”, e lui le rispose con un rutto enorme in pieno stile fantozziano che le drizzò i capelli appena sistemati dalla parruchiera per la modica cifra di 580.09487.98 feffine (la moneta di allora), in € pari circa a “troppi”.

I capelli diradiarono come raggi del sole, luminosa mamma, bocca aperta, ma sorriso nascosto. E poi… conati, torcioni, rumori interiori.

Bluahhhh!

Gigi vomitò, ripeto, vomitò un trenino di legno! Esatto amici! Gigi VOMITÒ un giocattolo in faccia a sua madre, colpendola pure sullo zigomo destro, dove il tubo da cui usciva il vapore lasciò una piccola scottatura.

Ma quella era solamente la prima volta. Non di certo l’ultima.

Il giorno dopo fu il turno di un control della Playstation. Il successivo di un pallone da calcio firmato nientepopodimeno che Nike. Quello dopo vomitò un gommone gonfiabile, gonfiato, con due remi, un motore giocattolo e pure un Bimbobello a bordo.

Ma la cosa tragica era questa: più Gigi vomitava, più voleva. E più voleva, più sua mamma gli comprava. E quando il medico, il dott. Dottore le suggerì che forse era giunta l’ora di curarlo, con la terapia dell’astinenza dall’acquisto, la cosiddetta terapia del “rubinetto chiuso”, Gigi iniziò a fabbricarsi di nascosto giocattoli con pezzi di mobili e soprammobili che la madre iniziava a veder sparire di casa.

Gigi mangiava cose di nascosto, e nel frattempo dimagriva, vomitava ossessivamente tutti gli oggetti di cui aveva bisogno per vivere.

Il suo organismo era impazzito: non ne poteva più. Lui, poverino, bambino ingenuo, non si rendeva conto che si faceva del male a riempirsi di cibo-cose. Men che meno se ne rendevano conto i suoi fornitori, vecchie volpi del mercato, che producevano il triplo per venderne il doppio e farglielo pagare il quadruplo.

Le cose non avevano valore economico, quello glielo si dava in base alla fame di Gigi. Ciò che però sí che aveva valore era la fame di Gigi, perché senza quella si sentiva soffocare.

Soffocare di silenzio. Stomaco vuoto, non di contenuti ma di fame. Perché a non sentire più la fame perdi una stella, il desiderio impazzisce.

Ed è vuoto.

E silenzio.

E funghi, buoni da mangiare, buoni da seccare, da farci il sugo quando viene Natale, quando i bambini piangono e a dormire non ci vogliono andare…

Na-na-na-na…


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