Ovvero la storia del figlio Ghiotto di Lancillotto



Primo giorno: virus e cibo

Quarto a raccontare: Riccardino Fratus

Grazie messer Ghiottone per la vostra diligente disponibilità nonché cortesia nell’invitarci sul vostro personale yatch. Voi siete davvero molto ma molto generoso. Che Dio, se c’è e soprattutto se sopravvive alla pandemia, vi ricompensi con le sue grazie. Spirituali, materiali e soprattutto dietetiche.

Vi ricordate quando, prima di ritrovarci qui insieme, il furgone della polizia passava per le strade delle nostre città e diceva: “Restate in casa, per la vostra sicurezza, restate in casa!”. Così facemmo, per giorni, che poi diventarono settimane, che poi divennero mesi… poi forse anni.

Chi lo sa…

Chi lo sapeva…

Era tutto così indeterminato. Era la prima volta che ci succedeva. Niente del genere da cent’anni, dall’influenza spagnola (che di spagnolo aveva gran poco, essendo venuta dagli Stati Uniti).

Si va bene, va bene! (Iniziano ad essere stanchi qua, tutto il giorno a far niente ti spossa!). Inizierò dunque con il mio racconto, che riguarda, come il cicciopallone vuole, il tema del cibo in relazione al virus.

E siccome oggi è Venerdì Santo, parliamo dell’Ultima cena e del suo profeta, o solo uomo, o anche Dio… non l’ho mai capito, sapete?

Si potesse capire poi!

Va beh, inizio.

Ch, ch! (Doppio colpo di tosse).

Non spaventatevi tranquilli, ho fatto il test due mesi fa, non ho il virus. E meno male, perché avrei un po’ di paura…

La storia con cui oggi vi allieto è quella del famoso uomo-cavia Marcofranco Twinsheads, britannico fino all’osso, discendente di Errico VIII e della regina Elisabetta III, probabile reincarnazione di sua madre, Elisabetta II, detta anche l’immortale. Che Dio benedica anche lei, la cui eternità è per il momento più dimostrabile di quella di Dio in persona. O tre persone… Ma Dio è monoteista o politeista?

Insomma, era un pomeriggio caldo e sudoroso in Paul Gascoigne street, vicino a Picadilly Circus, nel cuore di London City. Boris Johnson era appena stato dimesso dalla quarantena e Lady D un ricordo lontano. William aveva abbandonato la gabbia dorata della corte e Megan si faceva bellamente gli affai suoi, suoi di lui intendo…

Marcofranco, inglese ma con qualche avo italiano (il che spiega il suo doppio nome), si trovava come ogni giorno nella sua stanza, bianca. Le pareti erano bianche, il soffitto era bianco, il tavolino con la sua unica sedia affianco bianco, il water che emergeva in un angolo senza pareti né ripari: bianco. Era tutto talmente bianco che gli Eiffel 65 avrebero potuto fare una canzone, chiamandola “White”.

Anche lui era bianco, non aveva infatti antecedenti africani o di altre etnie, ma pure i suoi capelli erano bianchi, segno precoce di connessioni neuronali stridenti tra loro. Esaurimento? Più di uno.

Marcofranco Twinsheads era bianchissimo, ma aveva un dono speciale: parlava con i morti. Avete sentito bene: Marcofranco parlava con i morti. I morti viventi si intende, perché se fossero morti mi spiegate come avrebbe potuto parlarci? E soprattutto come avrebbero potuto rispondergli? Noi parliamo spesso con i nostri morti, perché, come per Marcofranco, forse sono un po’ vivi.

E quel giorno, quel pomeriggio in cui il sole ed il cielo erano bianchi, Marcofranco Twinsheads parlò proprio con Gesù Cristo.

Esatto Signori e Signore presenti su questo vascello, veliero. Parlò col Figlio del capo in persona.

Al vedere quell’ospite seduto comodamente sul suo letto, Marcofranco avrebbe potuto spaventarsi… Aveva conosciuto tanti personaggi famosi: da Hitler a Dalì, da George Best al Joker, da Caligola a Camus… Ma il figlio del direttore propio non se lo aspettava.

Ad ogni modo. Marcofranco, che a volte si faceva chiamare Francomarco, non si sentì poi così male, anzi, potremmo definirlo quasi “a suo agio”. Dopotutto lui era una persona di spessore, talmente spesso da sembrare il doppio di una persona normale.

“Buongiorno Gesù”, gli disse togliendosi un cappello che non aveva.

“Pace a te fratello”, gli rispose quello, con una calma che definirei paradisiaca.

“Cosa ci fai qua? A cosa devo l’onore della tua visita Maestro?”

“Non chiamarmi così, uno solo è Signore e Maestro”.

“Va bene, scusami… Cosa ci fai qua?”

Rispose Gesù: “Sai, oggi è Venerdì santo, l’anniversario della mia dipartita da questo mondo al Padre. E sono un po’ pensieroso, non triste, ma pensieroso.”

“E come mai? Non sei tu il Figlio di Dio resuscitato? Non dovresti essere felice lassù in cielo tra cori celesti di angeli e santi?”, chiese sorpreso Marcofrancofrancomarco, grattandosi la canizie. “Dovresti essere l’eterno beato, non è così?”

“Sì, è così infatti. Io godo dell’eterna beatitudine, felicità estrema, perché sono Dio, il che significa che sono felice e compiuto. Ma c’è una cosa che mi manca: da quando mio papà ha creato il mondo, l’universo ed i suoi abitanti, il Big bang ed il buco nero di Hawkins, mi ha messo addosso una cosa strana, una specie di clausula simile a quella del genio azzurro della lampada di Aladino!”.

“Wow!”, commentò l’uomo all’udire tali discorsi angelici. I suoi occhi erano talmente spalancati che sarebbero potuti cadere da un momento all’altro dalle loro orbite.

“Non dico una maledizione, ma proprio un cavillo burocratico di quelli dai quali non puoi scappare finché non lo abbia assolto!”, ribattè Gesù, pettinandosi con il pettine preso in prestito dall’interlocotore. “Mio padre mi ha inguaiato, lo capisci? Mi ha cambiato il driver, modificato il DNA, cambiato le rotelle, mi spiego? Quando ha creato il mondo mi ha detto che io non sarei più potuto essere felice finché anche quei batuffoli di nostri simili, a loro volta opera sua (non so se proprio magistrale), non avessero messo la testa apposto. Ma cosa significasse questo io non lo sapevo ancora. Io, l’onnipotente, mi spiego, l’onnipotente che non sa qualcosa. Ma si può? Avrebbe potuto almeno darmi due dritte, ma niente… io ho il dubbio che manco lui sapesse bene ciò che stava per succedere.

Ad ogni modo. Il fatto è, o fu, che mi spedì in busta chiusa sulla terra, che tra parentesi avevo contribuito a creare ballando davanti a lui mentre impastava il fango, insomma mi spedì sulla terra a tirare le orecchie a quei cattivoni di uomini per salvarli dal delirio.

“Ma scusa Maestro”…

“Non chiamarmi maestro, uno solo è Signore e Maestro!”. Lo interruppe Gesù.

(È un po’ noiosetto a volte sto Signore), pensò Francomarco.

“Non chiamarmi mestro e Signore, uno solo…”

“Vabbè ma l’ho solo pensato”, gli contestò l’uomo candido.

“Io sono venuto a scrutare i pensieri del cuore…”.

“Ok, va bene, ho capito!”, dai, prosegui con il tuo racconto. Sembrava una seduta di psicoterapia.

“Dicevo, infatti, che quei bruti di umani, anche io ovviamente ero diventato un umano quindi non mi tiro fuori dal gruppo, né faccio dell’erba un fascio, ma quelli decisero di imprigionarmi, torturarmi, prendermi in giro colpendomi in testa e girando i loro indici davanti a me, mentre io, bendato, dovevo indovinare chi era stato. Come se fosse stato difficile indovinare per me. Fatto sta che poi mi cambiarono i vestiti, mascherandomi da re, io il loro re vestito da re, ma ti rendi conto!

Non mi credevano, mi maltrattarono e sputarono addosso. Io, il loro Signore e Maestro!

“Non chiamarti Signore e Maestro…”.

“Appunto”…

(Marcofranco cominciava a non capire più nulla).

“Ma mi spieghi cosa c’entra tutto questo con il cibo ed il coronavirus, Gesù mio?”, gli chiese Marcofranco timoroso di far fare brutta figura a Riccardino Fratus, “mica che poi Ghiotto il cicciobomba lo butta in mare!”.

“Hai ragione, scusa!”. Disse Gesù.

“Wow, Gesù che si scusa con me?!?!?”, pensò orgogliosamente Francomarco.

“È che a volte sono triste, perché penso a come gli esseri umani mi hanno trattato. E come me molti miei amici, prima e dopo che nascessi. Ma la cosa che più mi dispiace è che ci godevano nel trattarmi male, nel picchiare sul martello che mi appendeva al legno. Lo sai vero che mi hanno crocifisso vivo? Beh, nient’altro. Ah, scusa, il cibo ed il virus…Beh, per quanto riguarda il cibo, spero abbia capito che non di solo pane vive l’uomo e che io sono il pane vivo disceso dal cielo”…

“…” (Francomarco era perplesso, con il suo sguardo estasiato).

“E per quanto riguarda il virus, posso solo dirti che non ho mai capito perché mio padre, il boss dei boss, il capo dei capi, il creatore e reggitore della Provvidenza, non ha impedito quella pandemia, avrebbe potuto… sai, a volte mi sento abbandonato da lui! Ma combatto questo sentimento con la fiducia… mi fido di lui e gli dico: “nelle tue mani affido il mio spirito!”.

Marcofranco aveva la bocca aperta. Non aveva mai sentito nulla del genere. Improvvisamente tutti i suoi dubbi e le sue incertezza scomparirono. Il mondo gli apparve sotto una luce nuova, luminoso e bello, pieno di speranza e di fiducia nell’avvenire.

“Signor Giorgetti”, la porta s’aprì d’improvviso sulla stanza, “le sue medicine. E la smetta di parlare col muro, altrimenti le aumentiamo nuovamente la dose!”.

Quando l’infermiera uscì, Marcofranco sorrise.

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