Ovvero la storia del figlio Ghiotto di Lancillotto



Primo giorno: virus e cibo

Quinta e ultima a raccontare: Madama Francisca de la Soledad

“Buenas tardes a todos.

¡Ops, forse è meglios se parlos en italiano! Si no qua no mi capisciono nesuno.

Me presento. Sono Francisca de la Soledad, Madama Francisca de la Soledad. In italiano credo sia “Señora Francesca dela solitudine”.

En realtà el mio nome non e quelo vero, ma tanto imagino que non fa nesuna diferenza, nesuno di voi me cognosce. Potrei anque inventarme un nome per voialtri que non se li acorgerebero.

La storia que ogi vi vado a racontare e la di me, la mia. O forse no, mai lo saprete ma forse nemeno vi interesa di me.

“Ah, que depresiva esta dona!”, penserete, “meno male que e belisima!”… grazie! Ma la mia beleza esteriore e solo un rifleso di quela interiore. Dovete sapere infatti que molto, molto tempo fa, in una reggione oscura dela Espagna profunda, vivevo con la mia famiglia, profughi italiani scapati de la guera civile italiana nel 1943. Loro erano di Sarono. Sempre mi parlavano de gli amareti, e cuando mi facevano una suppa di succa, sempre dicievano que con gli amareti sarebbe stata belisima quela suppa.

Mai li ho provati, io, gli amareti. Almeno finque non mi sono transferita qui in Italia, osia su questo barco perqué il signor Gordo Gordone cui pressente ha ensato bene que io potessi esserli utile per il suo gioco di parole volanti, intrecciate. Sapete come fece per convinciermi? Mi dise que sul suo barco le mie parole sarebero diventate “generative”. Usó cuesta parola que io non so neanque benne que siñifica, pero intendo que, considerando la mia situazzione di solituddine, forse abrei smeso di “tirar al viento mis palabras”.

Cuando infati nascetti, la mia familia era da poco in España dove pero non si era tanto richi perqué la gherra civile española s’abía terminado fa poco tempo! (Questo “fa” non capiscio mai como si usa in italiano! “Hace”, quería decir!).

Non ci era alora tanto cibo per mangiare, perqué molta gente había muerta ne la ghera, sia del lado del Generalísimo Francisco Franco sia de quelo degli anarquici-communisti. Se volete vedere un belo film su cuesto tema, vi consiglio “Mientras dure la guerra”, di Amenábar, uscito el año escorso, 2019.

Dunque la mia familia se ritrovava emigrada sensa soldi en un paese con poco laboro, destruita de la gherra e divisa ancora politiquamente. Cuesto abeba causado una represione por parte de la dictatura que voleba creare uno stato unitario e evitare qualsevol revolucione.

¿Ma di questo que ve importa?

Solo quiero contarve que il mio papè e la mia mama lavorabano sempre duro, fino a la sera e io, figlia unica, andaba a la escuola con le maestre monajas que mi spiegabano tutte le cose: matematiquas, sciencie, religione y anque a come si gestisce una casa quando ti accasi.

Non avebo amici furi de queli del pueblo, el paese, dove vivebo, ma cuando cresciebo, que ero più grande, già non andabo più a studiare e poi dobebo aiutare a mia mama perqué il mio papa si era muerto per un ataque al corazón, el quore. Yo credo que era tropo estanco per lavorare tanto. Da matina a la sera.

E cuando si murò lui, la mia mama credo non sentise più motivo alquno per vivere. C’ero io, ma mi diceva que già ero grande y que dobebo sopravivere da sola. E così yo, a 12 ani, uscì de la casa e incontrai un laboro in un taller, una oficina di un calzuolaio. Lui faceva le zapate, e io le agiustabo, bueno, le limpiabo, pulibo, e poi lui le agiustaba.

Me guadañabo poque pesetas cada giorno, pero erano lo suficiente per comprarmi el mangiare y resparmiare per poter tornare al paese cualque volta, per visitare a la mia mama.

Sempre cuando la vedebo era sempre più magra, dimagraba siempre di più e io mi preocupabo. Lei non faceba altro que parlarmi del mio papà e de l’Italia, di cuando vivevano a Sarono e mangiavano tanti amareti, guardando el mare. Mi dise pure que una volta abebano bebuto molto liquore de Amareto e si erano presi una borrachera…

¡Nove mesi dopo era nata yo!

Sempre me bromeabano diciendome que yo era figlia de una “noche loca”! E un poco la cosa siempre me ha gustato perqué almeno capiscio la raggione di avere una testa tanto paza con pensamienti così strani.

In particolare ce ne è sempre estato uno, que dal momento de la mia uscita di casa mi ha sempre acompañado: cuelo de la estatua de piedra imueble.

Se trata de un sueño que facio cuasi tute le notti, cuando me vado a dormire y estoy sola en la mio leto.

Veo el mare, griggio, ricoperto de nubole, anque loro griggie. Griggio el sole, griggio el cielo, griggi i pratti dobe animali griggi si muovebano lenti, asetati e afamati.

Ma lì, en cima a la colina, con lo sguardo revolto al orisonte, un medio busto de huomo se alsaba prode. Era griggio, ma era el uniqo que ne abeba el dirito perqué era fato de piedra! No teneba braccias, no gambes, ma solamiente el peto rigido sostenendo una testa dura, dura, dura como la piedra!

El escultore solo li aveba fato una linia per marcare i capeli, come fose un generale de la guerra civile, e i suoi ochi erano come solqui apena apena pronunciati ma el cui esguardo estaba tanto profundo que sembraba penetrare el orizonte fin nele sue profondità più segrete.

Pioveba, nevava, pasabano gli añi, i secoli, i mileni, poblazioni se sucedebano, una dopo all’altra, guere, carestie y pestilenze, gente rica y poberi pasabono di lì, ma lei era imperterita, imobile y orgullosa de guardare davanti a se, verso l’infinito.

Tutto era griggio adavanti a lei, y atorno a lei solo el griggio la circundaba. E mai si muoveba.

La gente moriba e poi nasceba altra, ma lei non se ne preocupaba. Le cresciebano atorno fili di erba e piante arampicanti, incetti le si arampicabano en cima, i giaponesi se facevano le selfie con ella, ma lei non se muoveba.

La mirada de cuel hombre era imperturbabile.

Era piedra pura ese hombre.

Niente più y niente de meno. Cuesto era el mio sueño desde siempre. Potrete decire que no tengo mucha fantasia, e probablemente abete raggione.

Però, tute le bolte que sognabo quella statua, me svegliabo ala matina que ero un po’ più felicce. Non so perqué.

Erano añi en cui abebo più cibo y un po’ più di denari, pero niente me faceba de nutrimento como quela estatua. Me saciaba la fame. Me faceba mirare berso el futuro como si yo poteba viverlo y vincerlo, resistere al tiempo como ella abeba fato.

Non so como se chiama quel hombre de la estatua.

So solo que era solo.”

Buona notte

“Ohibó”, disse flatulento il Ghiotto pancia tonda mangia tutto. “Le historie si son finalmente narrate, non resta or che salutare colui, o colei, o codesso, che da codest’imbarcazione salperà per nuovi lidi… s’avrà la sorte d’approdar fermo in terra.

De’poeti quassù, francamente non ne scorsi (nessun parla l’eleganza della lingua, se non forse questa povera spagnoncella, inghiottita dalla miseria della solitudine centenaria). V’è quella bell’imbusta della bergamasca, ch’a noi altri ha raccontato della sua tragica nonché bizzarra famiglia d’edilizi costruttori, poeti sí, ma del mattone. Mani grandi ma incapaci di maneggiar inchiostro. Lavoro, lavoro e solo lavoro: “mattonar mattoni” dissero nell’Esodo biblico.

Vi è ppoi quel Full metal loco, nome alquanto strano, manco fosse d’oltr’oceano importato per far breccia dinerosa nel sistema capitale. Quell’idea del bottiglion con una missiva mai letta né riletta ma rivolta su se stessa m’hattirato non poco. Riversava in sé un nonsocché di nobiltà malinconica, quasi decaduta, d’una cultura occidental ch’oggi giorno si ricorda di possedere un cuor di carne ormai olvidato nell’oscuro oblio del far!!!

Lucio Oudéis, quel bell’ometto quasi classico che si spaccia per l’Ulisse, Nessuno, perdón, contemporaneo, facendo della vita sua un epico poema! Così ‘l racconto del Gigietto, bimbetto viziatello rimpito imbottito di giocattoli, fin al punto di rimetterli, non al loro posto, ma fuori dal ventre suo immondo e senza fondo. Oh vecchia incomprensiva! Mamma cieca! Dovette rigurgitargli addosso un treno per spegnerne il torpore. Segno questo d’un’incapace società di limitar il desear con l’educar.

Riccardino Fratus, dal nome ancor più bizzarro dei capelli suoi ch’indossa sopra ‘l capo! Barba folta e chioma fluida, c’ha sparato un pippone-sermone pseudo-religioso sul venerdì santo. Ci mancava però, forse síineffetti, un poco di profondità spiritual-narcotica-religiosa. Purtuttavia mi sento in dover di sentenziar ch’il suo dir m’ha alietato, personalmente, io, la cui anima fu educata fin da veneranda età alla melodia de’grandi poeti e giullari e menestrelli, gli astri del proferire. Francomarco-Marcofranco era un certo signor Giorgetti, ma nemmeno Gesù l’altissimo e onnipotente se n’era accorto. Così onnipotente ch’uno psicopatico lo fa triste perché soffre…

Ed eccoci ordunque giunti al compimento della giornata prima, ricca di bevute, mangiate ed orgie poetiche. Ovidio e’l sommo poeta morirebbero d’invidia. Parlo barocco, mangio Balocco e questa notte sarò un pulotto. Andate a coricarvi, plebei del Verbo, perché ancor lunga è la rotta che vi giungerà alla riva della salvezza. Il virus imperterrito continua a divorare vite.

E domani, uno di voi, mi tradirà!

Perbacco! Ho sbagliato copione, sono proprio un c…antastorie!

E domani, uno di voi, nuoterà!”.

E se ne andarono ciascuno per conto suo a riposare, sperando d’essere gettai in mare per sfuggire dalle grinfie di quel pazzo di un Ghiottone!