Riflessione sulla luce, a partire dall’opera “San Girolamo” di Caravaggio, scritta per un incontro di catechesi alla comunità cristiana italiana di Barcellona, che si sarebbe dovuta svolgere l’8 marzo 2020, ma sospesa a causa dell’avvento del Coronavirus.


San Girolamo
Il “San Girolamo” di Caravaggio si trova nel museo di Montserrat (Barcellona)

Introduzione: la luce

Nero e colori. Buio e luce. L’uno non c’è senza l’altro eppure laddove c’è uno non c’è l’altro.

 Nero, molto nero, in quantità certamente superiore ai colori. Eppure, dove arriva la luce, il nero si trasforma in varietà inedita. La luce non è solo bianca, ma è policroma. Questa è la prima indicazione che ci suggerisce questo quadro: quando la luce incontra qualcosa, lo sottrae dal nero niente visibile dell’oscurità. Visibile, perché forse quel corpo sarebbe comunque tangibile, o ne sentiremmo il profumo, forse la puzza. Ma qui è del senso della visione che si tratta, non degli altri, per il momento almeno.

La luce non crea, rivela. Svela qualcosa che c’è già, che è già là. La luce viene “da fuori”, la sua fonte è altra rispetto a ciò che la riceve, altra rispetto a ciò che si vede. La luce è trascendente.

Eppure la luce ha un limite, che è quello di rimanere sola e monotona, per quanto bella, se non incontra qualcos’altro, l’altro da sé, qualcosa che non sia il suo opposto, il buio. La luce si trasforma rivelando; in un certo senso la luce “diventa” ciò che incontra e lo rivela, perché quel corpo non può essere visto e riconosciuto se non grazie alla luce che esso stesso riflette. Ciò che il corpo emana nel suo incontro con la luce è la luce stessa, ma sottratta parzialmente a sé, derubata e privata di una parte di sé.

La luce esce, incontra e si dona, sacrifica una parte di sé per divenire un tutt’uno con l’altro e lasciarlo vedere, lasciandosi vedere.

Eppure, senza occhi, la luce resta buio. Senza te che guardi, la luce, sola o riflessa, è un assoluto eccelso e brillante, generoso e splendente, ma oscuro, insensato. Senza i tuoi occhi, la luce non esiste più, perché non appare a nessuno. Ma se la luce non appare, lei che è l’apparenza per essenza ed il far apparire, non è più lei. La luce ha bisogno dei nostri occhi per illuminare ciò che incontra, per compiere il proprio sacrificio trasformante.

San Girolamo

Sono molti i dipinti fatti da Caravaggio (1571-1610), come vari e differenti sono “i Girolami” che ha realizzato. Girolamo fu uno dei Padri della Chiesa, vissuto tra il 347 ed il 420. La sua vicenda è legata soprattutto alla sua profonda conoscenza della Bibbia che lo portò a lavorare per più di vent’anni alla sua traduzione, dall’ebraico e dal greco. L’opera che ne risultò fu la cosiddetta Vulgata, la Bibbia in latino, punto di riferimento per la cristianità, quantomeno di quella cattolica, fino al XX secolo. Fu infatti il Concilio Vaticano II (1962-1965) a promuovere definitivamente la “volgarizzazione” del latino e quindi la diffusione massiva dei testi sacri nelle diverse lingue parlate dai membri del popolo di Dio. Da quel momento anche le messe iniziarono ad essere celebrate nelle varie lingue.

La storia di Girolamo lo lega indiscutibilmente a quella della Parola di Dio. In ambito cattolico, gli si è soliti attribuire questa frase: “ignorantia Scripturae ignorantia Christi” (non conoscere la Bibbia significa non conoscere Cristo). Ciò spiega perché dedicò buona parte della sua vita a studiare le lingue e a tradurre la Bibbia, ma spiega anche come mai, nell’iconografia tradizionale, Girolamo viene rappresentato con un libro sul quale medita e scrive. Oltre alla Bibbia però, la tradizione gli accosta spesso un teschio, simbolo della morte causata dal peccato, un angelo, un trucchetto per dire che il suo lavoro, così come la Bibbia stessa, fu ispirato da Dio, ed un leone. Secondo la leggenda tramandata dal leggendario biografo Iacopo da Varazze (XIII secolo), Girolamo estrasse una spina dalla zampotta del felino, offrendogli poi la guardia dell’asinello del monastero (rubato e poi ritrovato).

Ma qui non è così. Caravaggio torna all’essenziale. Niente spettacolo del leone né magia dell’angelo, niente Bibbia, parola, libro, cuore della vita di Girolamo. La luce non illumina nient’altro che lui, i veli colorati che in parte lo rivestono, ed i teschio, il suo alter-ego.

La scelta dell’artista ci rivela probabilmente che per raccontare di Girolamo è necessario solamente Girolamo. Ma anche che per vederlo serve la luce, perché le parti del corpo che essa non illumina restano nascoste. Noi sappiamo che ci sono, le scorgiamo sfumate. Il buio non è il niente, ma un qualcosa che valorizza ancor più la luce, contrasto splendente, come i gatti neri nei quadri francesi…

Gli ingredienti di questo quadro sono quindi: un corpo umano vivo (ha gli occhi aperti), la luce, il teschio e due stoffe, bianca una e rossa l’altra. Non è possibile analizzarli separatamente per poi riunirli. Bisogna giocare di riflessi, doppi del doppio.

Il cranio ed il capo. Curve lucide, quasi uguali, superfici che dicono di un contenuto: quello del teschio è il vuoto, quello della testa un altro cranio, vivo, perché abitato da un cervello, in azione. Questo lo sappiamo, ma ciò che qui vediamo è un rosa carne che soppianta e sconfigge il tetro e pallido color morte dell’ossuto. Ed una punta di luce, la più profonda e forte del quadro, insieme a quella che tocca il braccio sinistro, indicando che è lì dove colpisce con più forza: la testa di Girolamo.

Lì medita, parla con le parole, i significati, i concetti, storie ed immagini, che l’umanità credente (e non) avrà il piacere di ereditare. Cosa si muove dentro quel teschio? Nulla. Cosa si muove in quella testa? Parole, parole che traducono “la Parola”, cioè che la rendono nuovamente umana, ancora una volta adatta al linguaggio umano, alla sua capacità di comprenderla. “Homo capax Dei”, dicevano i Padri, l’uomo è capace di entrare in relazione con Dio, i due sono “compatibili” diremmo oggi, eppure diversi. Per questo c’è bisogno di interpreti.

E poi le vesti, poche ma essenziali, rosso come i martiri di morte, bianco come i martiri di vita; in entrambi i casi i colori della santità. Girolamo non fu ucciso per la fede, ma visse per essa, per questo è un martire. Ed il rosso tocca il teschio, come il sangue che ormai non ha più, mentre il bianco avvolge il gomito destro del santo che ci rimanda diretti al suo mento. Antico “Pensatore” di Rodin. Si tocca la barba, pensativo, e guarda verso il basso, sguardo perso nel vuoto, ma non nel buio, sguardo perplesso, da vecchietto, saggio. Saggio ma saggio di quella saggezza che riconosce di aver compreso che il mistero è incomprensibile, eppure accade e lo incontra, lo conosce, lo vive e lo sperimenta. Empirismo allo stato puro quello di Girolamo: attraverso l’inchiostro ha conosciuto Dio.

Dio è come la luce, ha bisogno di corpi da illuminare per riflettersi. Dio nessuno lo sa come figura precisa, perché la sua forma è il corpo umano, sempre uguale ma sempre diverso, grazie a quegli uomini e a quelle donne che, come Girolamo, si sono lasciati illuminare e lo hanno così riflesso. Rinviato a occhi capaci di vederla quella luce, da essa colpiti, capaci di non chiudersi. Per vedere Dio è necessario tenere gli occhi aperti, ben aperti. Poi la luce ed i corpi faranno il loro.

Infine le rughe. Le grinze dell’età. Sulla fronte, sulla pancia, sulla mano. Sulla fronte perché ha lavorato, gli occhi si sono mossi per guardare, le orecchie per ascoltare, le sopracciglia sollevate, perplessità.

La pancia. Piegata come la schiena, come la bet, la seconda lettera dell’alfabeto ebraico che assomiglia ad una persona piegata in avanti, protesa rabbinicamente verso la Parola. La Parola fatta carne, ancora una volta, qui, in Girolamo.

Infine la mano, sinistra, che tocca il rosso, sfiora il martirio, assumendone la forza fino a differenziarsi dal braccio che la tende. Quella mano che sappiamo aver toccato la Parola.

Le rughe, vanto dell’età. Sorvolate dall’aureola, il premio della vita.

Verticalità luminose: come riconoscere Dio

Dov’è Dio in questo quadro? E, una volta trovato, come poterlo incontrare, noi, oggi? Non esiste una luce che non si vede, non esiste corpo che essa colpisce ma non illumina.

La luce è immagine di Dio, della sua grazia, farfalla che ha bisogno di un corpo su cui posarsi per farlo risplendere. Ma anche di testimoni che di ciò si rendano conto, così da non rendere vano il suo intento.

La luce è immagine di Dio perché Dio non esiste senza i corpi, aberrazione metafisica! L’essere è e non può non essere… eredità parmenidea. Non lo dico io, ma lo dice Dio, lo disse quando creò il mondo: “Da oggi in poi io non sono più solo io, ma sono io con voi!”, il “Dio-con-voi”, l’Emmanuele, il Dio rov’ente dei padri di Mosé. Se noi esseri umani sparissimo, Dio sarebbe mutilato, perché sparirebbe anche suo Figlio, Gesù, fatto di carne ed ossa, tutt’ora, duemila anni dopo la sua morte e risurrezione.

Ma non solo. Dio è morto se non ci sono io, se non ci sei tu, se non ci siamo noi. Ogni volta che moriamo, muore un pezzettino di lui. Ma anche perché se nessuno più lo guarda, se nessuno più ci guarda, se nessuno più la guarda, la luce rimane muta. Triangolazione di dipendenze, l’antimetafisica. Dio, l’assoluto doppiamente relativo (in sé e verso di noi), ha bisogno degli esseri umani per essere il nuovo se stesso, nuovo dopo la creazione, doppiamente nuovo dopo l’incarnazione. Ma questa relazione, uomo e Dio, ha bisogno di altri, del terzo, dei testimoni che la vedano questa relazione e che la sperimentino, lasciandosi nutrire da essa.

“Bonum diffusivum sui” dicevano i filosofi latini e dopo di loro l’angelico dottore, il bene si diffonde da sé, come la luce. Ma se nessuno la riflette e nessuno la vede?

Dio ha bisogno dell’uomo e l’uomo ha bisogno di Dio. Eppure sentiamo che questa parola, “bisogno”, stride un po’, ci contrae lo stomaco. Non perché siamo degli incalliti sostenitori dell’impassibilità metafisica dell’essere supremo, l’Indipendente per eccellenza, ma perché sappiamo che il bisogno può trasformarsi in un divoratoio, enorme bocca che tutto inghiotte e trangugia per soddisfare la propria fame. Il bisogno dello stupratore, dell’invidioso, del possessivo. Cupidigia all’ennesima potenza. Bisogno come esigenza che tutto giustifica, inguaribile lebbra che spietata abbraccia e contagia, infettando.

Il “bisogno di Dio” è esattamente il doppio senso del suo “di”: ciò di cui ha bisogno Dio è che noi abbiamo bisogno di lui. Per questo tace. Perché il suo bisogno si radica nel suo silenzio, spazio vuoto, ombra uditiva che, orecchia che ascolta e non bocca che mangia, apre un vuoto, distanza millimetrica ma abissale, dove solo si può sentire la mancanza.

E lì spetta a noi: dire… Dio non c’è. Perché lontano non lo tocco. Oppure appiccicarmi a lui per la paura che svanisca. Bulimia.

No. il bisogno di Dio è la capacità di stare in piedi, uno di fronte all’altro, faccia a faccia, di-visione beatifica di chi è sullo stesso piano pur nell’estrema differenza, perché messo sullo stesso piano. Libertà dello stare insieme, come amici.

E poi quel terzo, lo spettatore mai disinteressato. Perché la luce lo ha già toccato illuminandolo, inaspettato, offrendo colori e grinze ad un passante, un ulteriore altro, catena perpetua.

Dov’è Dio, oggi, qua? È proprio lì, tra le rughe del vecchietto, le mani dell’amico, lo sguardo dell’amata e dell’amato. È nella luce, nel vedere, nel riflesso, nel bisogno di colori.

È solo poesia questa o c’è del vero? Apri gli occhi!