Briciole di filosofia, direbbe Kierkegaard

Al 1927 risalgono alcune lettere che si scrissero due grandi filosofi francesi, Jacques Maritain, marito della raffinata Raïssa, ed Emmanuel Mounier che, a dire il vero, filosofo famoso ancora non lo era. Quest’ultimo stava infatti cercando un appoggio per creare una rivista di grandissimo spessore culturale, rivolta a tutti, che chiamò “Esprit“.

Mounier aveva rinunciato alla carriera di professore perché credeva che l’intellettuale dovesse essere “impegnato”, nella società, nelle vicende quotidiane quali il lavoro, la famiglia, la politica, l’educazione e molte altre.

Anzi.

Mounier era arrabbiato con quei sapientoni che se ne stavano chiusi nei loro uffici, penando di svelare i segreti del mondo passando tutto il santo giorno sui libri. Decise pertanto di fondare questa rivista, il primo numero della quale fu pubblicato nell’anno 1932.

L’articolo di apertura, considerato il manifesto della “filosofia personalista“, s’intitolava: “Rifare il Rinascimento“: ciò che lui proponeva era infatti di provare a cambiare innanzitutto il modo di pensare della gente, dal momento che ciò che rende giusta una società non è né la piena e totale libertà di fare ciò che si vuole, né una collettività che gestisca “equamente” le risorse. Tra capitalismo e comunismo, negli anni ‘30 del ‘900, cercava la cosiddetta “terza via”.

La giustizia non può che derivare dal conferire nuovamente importanza e valore ad ogni persona umana, proprio come auspicava, almeno in linea teorica, il Rinascimento italiano.

Cosa significhi poi “ridare importanza e valore ad ogni persona umana” e come farlo, è tutt’oggi una domanda aperta.

Forse è quell’“ogni” che ci scappa di vista…

Non si tratta di moraleggiare, ma di andare a fondo nel guardare la realtà che ci circonda: cosa conta di più per noi? Nulla vi è di più importante che la felicità, o quanto meno un abbozzo di essa!

Fare una filosofia della persona non significa essere filosofi, geni, scienziati o chissà che, ma semplicemente scendere in profondità per smascherare l’ipocrisia di cui le nostre società sono impregnate, quella secondo cui contano tutti, ma in realtà contano solo coloro che si conformano.

La verità è che non esiste niente al mondo che possa obbligarci a prenderci cura della persona, né legge morale (il dovere), né legge naturale (guarda che belli gli icneumoni!)… né dieci comandamenti. Nessuna legge ha l’autorità di determinare le nostre scelte libere: potrà proporsi, invitarci, ma non è mai obbligante.

Questo è il dramma della persona, anzi, delle persone, che siamo in balia, in ostaggio direbbe Lévinas, di mani altrui che non possono darci garanzia alcuna di aiuto. Siamo liberi e dobbiamo esserlo.

Ma proprio per questo, la scelta dell’amore e della solidarietà resterà sempre e tragicamente affidata a noi.

Perché considerare la persona umana il cuore dei valori? Nessuna ragione sarà mai sufficiente a dirlo, solamente la nostra storia potrà insegnarcelo.