Una breve intervista che parla di Covid a Bergamo, del ruolo della donna e di un lavoro costantemente interpellato dalla necessità di una costante “umanizzazione”.

– Ciao Laura, raccontaci un po’ di te… chi sei, dove vivi, cosa fai nella vita (famiglia…) e che lavoro fai.

Mi chiamo Laura, compirò fra pochi mesi 48 anni e sono nata Bergamo, città nella quale vivo da circa tre anni dopo essermi trasferita da Osio Sotto (paese della Bassa Bergamasca nel quale sono cresciuta con la mia famiglia di origine). Ho una splendida figlia di 12 anni che vive con me da quando mi sono separata dal mio compagno di una vita con il quale mantengo un ottimo rapporto e con il quale continuo a condividere molto in termini di tempo e progettualità, soprattutto per la nostra bimba. Dopo avere ottenuto il diploma in ragioneria ed avere iniziato a lavorare occupandomi di contabilità mi sono arresa a cercare di realizzare quello che era sempre stato il mio sogno (temevo fosse irraggiungibile!!!) e dopo essermi licenziata sono stata ammessa a Medicina e Chirurgia. Ora sono un medico ospedaliero specialista in oncologia e lavoro nell’Ospedale più grande della nostra città, il Papa Giovanni XXIII.

– Domanda jolly, per cominciare e ridere un po’: se ti dico “filosofia populare”, qual è la prima cosa che ti viene in testa???

La prima cosa che mi passa per la testa è un progetto che cerchi di rendere “popolare” una materia che nel pensiero comune è spesso ritenuta riservata a pochi colti eletti… qualcosa che renda più fruibile anche a chi non è “del mestiere” una materia che alla fine è presente ogni giorno della nostra vita, anche se spesso non ne siamo consapevoli.

– Situazione Covid: come hai vissuto da donna e come medico i tragici mesi di marzo-aprile 2020? Come stai vivendo la situazione attuale?

Beppe, quando parli di COVID è a mio avviso difficile fare delle distinzioni di genere… posso dirti come mi sono sentita come figlia, come madre, come operatore sanitario. E’ stato come quando senti una voce in lontananza che annuncia un treno in arrivo avendo la presunzione di essere seduto nella sala di attesa di una stazione, guardando con poca attenzione gli aggiornamenti sul tabellone degli orari… immaginare che l’avresti visto passare magari anche da vicino mettendoti sulla banchina, che forse ne avresti potuto scorgere la sagoma e sentirne il fischio ma con la sicurezza che i binari fossero sufficientemente lontani da non sentirti in reale pericolo. Così ci immaginavamo quando si iniziava a parlare di Covid in Cina a fine gennaio, così continuavamo ad immaginarci con i primi casi confermati di Codogno. Alla fine la realtà ci ha dimostrato che eravamo seduti sui binari e il treno ci ha travolti in pieno.

E’ stata una guerra, ci ha colti impreparati su ogni versante e quello che ha pagato la popolazione bergamasca in quel periodo credo sia difficile da raccontare. Tutto è stato improvvisamente stravolto, ogni mattina mi svegliavo sperando che fosse solo un brutto sogno. Ricordo con particolare angoscia il suono delle sirene delle ambulanze che si susseguivano senza sosta.

Ricordo operatori sanitari che si improvvisavano pneumologi e rianimatori, un senso generalizzati di inadeguatezza ma nello stesso tempo di dedizione che ci ha reso più uniti e umanamente più veri. Ricordo medici ed infermieri stranieri e giunti da altre regioni ad aiutarci mettendo a repentaglio la loro vita.

Ricordo la fila delle ambulanze per delle ore fuori dal Pronto Soccorso, ricordo la difficoltà a reperire una bombola di ossigeno, la disperazione delle persone che vedevano morire i parenti a casa senza una visita medica dopo ore di attesa al telefono. Ricordo la disperazione che rappresentava per molti il ricovero di un congiunto nel timore di non poterlo più rivedere. Ricordo i camion militari che trasportavano le bare fuori regione per la cremazione. 

Penso che avvenimenti di tale entità si possano superare ma non si sarà mai più gli stessi.

Speravo davvero che alla fine ne saremmo usciti tutti migliori. Per ora non ne siamo usciti e sinceramente non mi sembriamo per nulla migliori. Parlare di 400 morti al giorno per COVID sembra ormai come parlare del punteggio di un video-game: numeri. Ma dietro i numeri ci sono persone, vite, affetti… 

La recrudescenza pandemica attuale ci trova tutti molto più stanchi, noi operatori sanitari in primis, e molto meno motivati. A distanza di un anno qui poco o nulla è cambiato nella rete assistenziale territoriale e si rischia nuovamente di saturare gli ospedali. E’ veramente molto frustrante. Del resto si pagano decenni di gestione della sanità che aveva come primo interesse quello economico, con tagli del personale e delle risorse. 

A mio avviso una nazione che non investe su sanità ed istruzione non investe sul proprio futuro.

– E da mamma? Se è vero che i ragazzi rischiano meno dal punto di vista della salute fisica, è altrettanto vero che dal punto di vista psicologico e relazionale soffrono molto…

Concordo pienamente e mi riallaccio a quanto appena detto. I ragazzi hanno grandi risorse ma non per questo devono essere dimenticati. Se è vero che fino ad ora hanno pagato meno in termini di infezioni gravi è altrettanto vero che ogni volta pagano in prima persona con la chiusura delle scuole… la DAD può sopperire il percorso “scolastico” ma non quello umano e sociale. Ci sono esperienze che vengono cancellate e questi mesi di forzato isolamento rischiano di cambiare in modo drammatico il loro modo di interagire e di relazionarsi. Non sono una pedagogista o una psicologa ma temo che rischino di pagarne le conseguenze anche molto alla lunga. Per non parlare poi del divario che tenderà ad ampliarsi fra ragazzi meno supportati socialmente ed economicamente con incremento dell’abbandono scolastico. I social ormai purtroppo sostituiscono molti rapporti umani senza che i ragazzi siano completamente consapevoli dei rischi che si corrono. Del resto diventa anche difficile vietare un social ad un adolescente che da mesi è chiuso in casa, privato della possibilità di fare sport, di vivere le prime “cotte”, i confronti costruttivi fra pari, etc etc. 

Credo che la scuola sia una delle priorità da affrontare senza ulteriori rinvii. Se è importante vaccinare i fragili è altrettanto importante preoccuparsi del futuro dei nostri figli.

– Gli articoli principali apparsi questo mese sul blog della Filosofia Populare riguardano due grandi temi: la possibilità di un nuovo umanesimo e il valore della donna. Per realizzare un “nuovo umanesimo” ritengo si debba “umanizzare” il mondo in cui viviamo, rendendolo “più umano”. Mi riferisco alla cultura, all’istruzione, alla medicina, allo sport, alle istituzioni, alla politica…Cosa significa, per te, “umanizzare” la realtà ospedaliera, la malattia, la morte e la relazione con il paziente?

Il periodo storico attuale ha a mio avviso portato alla luce la necessità di umanizzare il mondo: è quello che intendevo quando accennavo al fatto che speravo che saremmo usciti migliori da questa pandemia. Il fatto di avere improvvisamente perso le nostre certezze, di avere dovuto affrontare un nemico che non ha fatto distinzioni di etnia, credo, status dovrebbe portarci a riflettere su quello che è veramente importante. Sul fatto che mediamente costruiamo la nostra vita su valori che spesso non sono quelli più importanti: il guadagno, la necessità di primeggiare (a scuola così come nello sport), di mostrare a tutti quello che facciamo o che possediamo (sui social ad esempio). Ma se non insegni ai tuoi figli che le file al supermercato non si superano, che si salutano le persone, che si dice “grazie” e “per favore”, che non puoi essere felice se hai un piatto in tavola caldo se i tuoi vicini di casa non mangiano allora siamo lontani dall’umanizzazione. Perché se è vero che la scuola deve fare la sua parte ritengo che la famiglia abbia ancora un ruolo insostitutibile. Non si umanizza se non si educa. 

L’umanità in Medicina è per me un valore senza il quale non si può esercitare la professione. Sicuramente l’organizzazione ospedaliera attuale, con tempi di visita limitati e dettati dalla necessità di funzionare come un’Azienda non aiuta… ma cerchiamo di fare del nostro meglio. Chiaramente la competenza è necessaria ma dove la medicina deve arrendersi l’Umanità deve rimanere: parlare di terminalità con i Pazienti, cosa che devo spesso affrontare per la peculiarità del mio lavoro, è una grande fatica ma è qualcosa dal quale non ci si può esimere. Altrimenti diventi un dispensatore di farmaci. Condividi con loro a volte lunghi percorsi di malattia ed è necessario che tu sia presente nei momenti più difficili. Costa fatica, ma è anche e soprattutto un arricchimento. Soprattutto in un periodo storico nel quale parlare di morte spaventa (e mi riferisco anche all’epoca pre-covid). Non siamo più capaci di accettare la morte come parte naturale della nostra vita, il malato e la sofferenza devono essere tenuti lontani dalle case e spesso si delega questo percorso alle strutture. Non credo sia giusto. Perché non c’è niente di peggio di un paziente che debba nascondere la sua sofferenza per preservare lo status di benessere della famiglia, senza condividere angoscia e paura per proteggere chi vive con lui.

– Il valore della donna: personalmente ritengo che la donna goda di un valore intrinseco inestimabile, proprio come l’uomo. Eppure oggi giorno ci sono ancora varie forme di ingiustizia professionale (es. stipendi ineguali) e culturale (es. pregiudizi).6. Come vedi tu oggi, nel contesto che ti circonda, la donna? Dove soprattutto ha ancora bisogno di essere riconosciuta e valorizzata? Cosa può fare lei stessa a questo proposito?

L’ultima domanda è davvero la più difficile… purtroppo la differenza salariale è l’esempio più semplice di ingiustizia e di discriminazione. Tanto è stato fatto ma la strada è ancora lunga e tortuosa. Potrei farti esempi di commenti sessisti tra colleghi con i quali stiamo facendo i conti anche nelle ultime settimane e con discriminazioni per assunzioni dettate dalla gravidanza dall’avente diritto. Cose che non ti aspetteresti nel 2021… invece è ancora così. Sapessi quante volte dopo aver visitato un Paziente mi sentivo chiedere quando sarebbe arrivato “il Dottore”…. Ora sorrido ma sono pregiudizi che fanno male.

E’ necessario potenziare lo stato sociale (si dice così Beppe???) così da poter aiutare le famiglie nella gestione dei figli, soprattutto in età pre-scolare, ed cercando di evitando la rinuncia al posto di lavoro delle neo-mamme che economicamente non possono permettersi nido o baby-sitter.

E anche questa volta, a rischio di sembrare ripetitiva, ritengo che sia ancora centrale il ruolo educativo: crescere figli che accettino la diversità, che comprendano che non esistono essere umani con maggiori diritti, che accettino la sconfitta e che non rischino di diventare dei violenti quando abbandonati.