Pochi giorni fa si è celebrata la festa dell’8 di marzo, festa della donna. Il fatto che ci sia una tale festa, significa che la donna è un motivo per festeggiare, qualcosa che porta gioia. Ma non solo. 

Ogni festa è sempre ed anche un ricordo. Non certo perché ci sia bisogno di ricordarsi delle donne, sempre per fortuna al nostro fianco, di noi uomini intendo. Il ricordo in questo caso è più profondo: ricordatevi, sembra dirci questa festa, ricordatevi del loro valore e della loro importanza, e ringraziate, ringraziatele.

E questo invito si radica evidentemente nel rischio di dimenticarcene, di darle per scontate, di dimenticarci che ci sono, non solo fisicamente, ma come presenza importante, con le loro capacità ed i loro limiti, le loro ricchezze e le loro povertà.

Perché forse ce ne stiamo dimenticando, noi uomini almeno, del fatto che la loro presenza sia arricchente, da tutti i punti di vista: relazionale, sociale, politico, scientifico, intellettuale, pratico, professionale, confidenziale, artistico, tecnologico, medico, estetico, comico, architettonico…

Estromettere le donne dalla costruzione del mondo è stato, ed è laddove ciò continua, un male. Non solo perché abbiamo privato il mondo (e quindi anche noi stessi) di quanto di buono esse possono apportare, ma anche perché ci siamo arrogati il diritto di decidere noi in quali ambiti esse dovessero essere relegate.

Ma perché poi?

È chiaro che la società umana ha avuto uno sviluppo: quando ancora vivevamo nelle caverne ed era l’uomo che doveva cacciare per una questione di forza fisica mediamente superiore e perché la donna doveva portare avanti la gravidanza ed allattare, allora sí che gli ambiti erano distinti, certamente più per necessità che per scelta. Lo stesso può essere detto dei momenti di guerra, in cui gli uomini andavano al fronte e le donne supportavano dalle retrovie. Ma quanta acqua sotto i ponti è passata da allora?

Il tema della maternità e della cura dei piccoli sicuramente ha svolto un ruolo determinante nello sviluppo del ruolo della donna nella società, relegato al privato ma non per questo meno importante; ma di certo meno riconosciuto dal punto di vista politico e della possibilità di influire sulle decisioni collettive.

La rivista francese Esprit ha dedicato il numero di gennaio-febbraio di quest’anno alle donne: Femmes en mouvements. Nel dossier centrale, si parla della storia della donna nella politica francese dalla Rivoluzione ad oggi, mettendo in luce come sia solo negli anni ‘70 del 1900 che le donne sono riuscite ad unirsi politicamente per far sentire la loro voce: “il privato è politico!”, questo il loro motto.

Il movimento #MeToo ha contribuito, a partire dall’ottobre 2017, a gridare a gran voce l’ingiustizia contro le donne abusate, mentre già da anni esistono in vari paesi movimenti di sostegno e di rappresentanza delle donne, come l’HLC (Humanitarian Law Center) fondata nel 1992 in Serbia da Natasa Kandic, candidata al Nobel per la pace nel 2018, o la WND (Women Now for Development), diretta dalla siriana Maria Al Abdeh. Queste ed altre donne impegnate politicamente sono state intervistate dalla rivista, per mostrare come il movimento “femminista” non sia un blocco unitario, bensí un albero che si dirama sempre più nelle differenti società in cui viviamo. Un altro esempio, citato, sono le “matte della piazza di Maggio”, “il primo movimento a inventare le forme specifiche di un movimento sociale e politico il cui obiettivo era la ricerca di 11.000 dispersi, assassinati dalla dittatura militare tra il 1976 ed il 1983. Queste “matte” erano innanzitutto quelle madri che piangevano i loro figli, facendo della maternità e dell’affetto il fondamento di un movimento politico.

Ed oltre… La legge francese di inizio 2001 che permette la PMA (procreazione medicalmente assistita) alle donne single o lesbiche, a determinate condizioni; il fatto che in sei stati degli USA non vi è che una sola clinica per effettuare la IVG (aborto… tema delicato con di mezzo un’altra – prossima – creatura).  

E poi la scuola, Contro Pigmalione si intitola l’articolo: lo scultore greco che fuggiva l’incontro con le donne del suo tempo, di malaffare e volgari, e che decise pertanto di scolpire una donna di pietra. Questa successivamente, per miracolo, prese vita. Pigmalione l’abbracciò e la baciò, innamorato, lasciando le studentesse di un liceo francese allibite e scosse per il fatto che Pigmalione avesse realizzato il suo sogno senza mai prendere in considerazione la volontà della (neo-)donna.

Insomma, c’è di che riflettere, tutt’oggi.

Qualcosa di simile mi è successo recentemente, quando ho spiegato ai miei alunni di terza media (13/14 anni) i due racconti biblici della creazione di Adamo ed Eva. In Genesi, capitolo 1, Dio crea il mondo e gli animali in cinque giorni, mentre il sesto crea l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza. “Vide che era cosa molto buona!”. Li creò entrambi. Insieme. Il settimo poi si riposa e contempla la sua creazione. Nel capitolo 2 di Genesi invece, la Bibbia racconta di come Dio, vedendo Adamo solo, lo addormenta e gli ruba una costola, dalla quale forma Eva: Adamo la riconosce come distinta dagli altri esseri viventi ed esclama “carne della mia carne, ossa delle mie ossa!”. Adamo non è più solo.

Evidentemente questi due racconti vanno interpretati e non letti letteralmente come due eventi storici (semmai meta-storici, ma qui apriamo problematiche esegetiche che esulano dal nostro interesse…). Pertanto ho proposto ai miei alunni un testo del Talmud ebraico, il commento del I-III secolo d.C della Torah (la Legge sacra degli ebrei), che conobbi perché citato in un testo del filosofo francese Lévinas. Ve lo trascrivo:

“State molto attenti a non far piangere una donna: poi Dio conta le sue lacrime! La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai suoi piedi perché debba essere pestata, né dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale… un po’ più in basso del braccio per essere protetta e dal lato del cuore per essere amata”.

Un’interpretazione evidentemente rivolta ai maschi di quasi 2000 anni fa, in un contesto in cui la donna non godeva evidentemente dei diritti di cui gode ora. E se questo testo fu scritto, sicuramente era perché ce n’era bisogno… per ricordare agli uomini il dovere di rispettare le donne e di riconoscerne la pari dignità e valore.

Quante altre cose si potrebbero aggiungere, quanto le mie conoscenze ed i miei pensieri sono limitati, io, uomo, maschio. Eppure ci sono dei legami nella mia vita, dei legami nella vita di ciascuno di noi che aprono il nostro sguardo alla realtà femminile. Non bisogna idealizzare la donne, né in positivo né in negativo: ogni essere umano, maschio e femmina che sia, va accolto e ascoltato nella sua unicità, indipendentemente dal sesso e dal gender. Sicuramente però, noi uomini dobbiamo oggigiorno riconoscere che non tocca più a noi riconoscere le donne ed il loro valore, perché questo è irriducibile al nostro riconoscimento, perché noi non abbiamo il diritto di giudicarle degne, pronte, atte ed abili, perché in verità lo sono di per se stesse.

Attenzione però: non cadiamo nel “ponziopilatismo” del lavarcene le mani, disinteressandoci della situazione sociale e politica, culturale e professionale delle donne. La realtà dei fatti è che le donne vivono quotidianamente situazioni di discriminazione e di minaccia: dal male gaze, lo sguardo concupiscente di molti maschi, alle disuguaglianza salariale, dalla preferenza dei maschi al momento dell’assunzione per “timore” della gravidanza, al relegarle nell’ambito del privato… Per non parlare di quelle donne che nel mondo vengono abusate o costrette a sposarsi per convenzione o vantaggi familiari.

Cos’ha in sintesi da dire la Filosofia Populare rispetto alle donne?

Forse “solamente” ricordare agli uomini di fare lo sforzo di aprire gli occhi su di esse, di fare lo sforzo di riconoscere quei piccoli o grandi atteggiamenti, consci o inconsci che siano, che fanno loro vedere le femmine come persone di “serie B”, capaci ma non troppo, da coinvolgere ma mai fino in fondo. Riconoscerli per lavorarli, vederli per cambiarli.

Sicuramente entrano qui in gioco due fattori: la gelosia e l’orgoglio.

La gelosia: se lascio che la donna con cui condivido la mia vita sia veramente libera, questa può andarsene, ingannarmi, tradirmi… e non essere più “mia”. E questo mi ferirebbe a morte. Ma nessuna donna, nessuna persona è “mia”, nessuno “appartiene” ad un altro, né i figli, né la moglie! Ed ogni relazione, questo dice la Filosofia Populare, è veramente tale solo quando matura fino alla libertà! Se una donna vuole stare con te, è perché lo sceglie, non di certo perché hai elaborato strategie di ricatto emozionale-affettivo, di violenza implicita e di minaccia.

L’orgoglio: se una donna si dimostra migliore di te in qualcosa, o anche solo diversa, ma soprattutto autonoma, che “non ha bisogno di te” per essere qualcuno, per essere se stessa, lasciala libera, lasciala vivere, ne ha il diritto! Ciò non significa che vali di meno, che sei un inetto; semplicemente che siete due persone diverse, con i vostri pregi e i vostri difetti e che potete compensarvi, completarvi e nutrirvi reciprocamente! Questo vale in una relazione di coppia, in un’amicizia, sul lavoro, nello sport ed in politica.

Ed infine: vogliamo ricordare alle donne di essere se stesse. Di avere il coraggio di dire ciò che pensano anche laddove, purtroppo, ancora non le ascoltiamo come dovremmo; di fare ciò che vogliono, sempre nel rispetto reciproco; di essere autentiche anche quando le vorremmo a nostra immagine e somiglianza.

Vi raccomando, per finire, di conoscere e leggere l’opera della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie. La sua mi pare una prospettiva di femminismo concreto, equilibrato e libero da influenze politiche che lo forzano. Sono libri brevi i suoi, come Dovremmo essere tutti femministi, ma di grande, grandissimo spessore!