Lunedì 15 febbraio, don Claudio Stercal, inviò a molti di noi ex-allievi il suo Pensiero del lunedì. Lo condivido con voi, ringraziandolo della sua disponibilità.

“«Il presupposto imprescindibile di ogni azione educativa è e non può non essere una parola illuminata dal sorriso». Lo scrive, nel 1964, Ugo Spirito (Arezzo 1896 – Roma 1979), dal 1951 ordinario di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, nel suo volume Nuovo umanesimo nel quale voleva favorire la maturazione di una nuova idea di umanesimo, più «sociale» e più vicino alla «scienza» di quanto non fosse quello che caratterizzò le origini dell’epoca moderna.Un obiettivo, quindi, di grande rilievo, per raggiungere il quale presenta «il riso e il sorriso» come «la luce, il calore solare della nostra anima», «valori certi» «per se stessi» e addirittura «presupposti imprescindibili di ogni altro valore». Sottolinea che è l’esperienza stessa che lo insegna: «Quando in un ambiente tetro e malinconico entra a un tratto una persona gioiosa e irrompe il suo riso argentino, si assiste spesso al miracolo di un rapido riscaldarsi degli animi, di un progressivo distendersi dei visi, di una partecipazione progressiva alla gaiezza del visitatore. […] Tutta una famiglia o tutta una comunità può mutare il suo tono di vita quando entri a farne parte un dispensatore di allegria. La persona allegra si rivela nella sua vera natura che può definirsi senz’altro quella di un benefattore». Si comprende, allora, «la conseguenza fondamentale» che Ugo Spirito ne ricava: «La necessità di educare all’allegria». Difficile naturalmente educare confidando solo «nei metodi, nelle norme, nei consigli», occorre piuttosto «vivere esemplarmente e cercare di realizzare con la propria persona quell’ideale che si reputa degno di essere perseguito». Chiaro, quindi, l’invito: «Educare all’allegria significa soltanto educarsi all’allegria e cioè dare l’esempio di una vita informata alla serenità e alla gaiezza» (U. Spirito, Nuovo umanesimo, Armando Armando editore, Roma 1968, pp. 214-220).”

Il centro di questo pensiero è chiaro: per cambiare il mondo devo prima cambiare me stesso. Ciò non vale solo per l’allegria, ma ovviamente per qualunque altro valore. Per contribuire a realizzare un Umanesimo nuovo, più sociale e scientifico, Ugo Spirito si concentra sul bisogno di educare all’allegria.

Prendiamola alla larga e… con filosofia!

Nel 1946, poco dopo la fine della guerra, il filosofo francese Sartre pubblicò il breve L’esistenzialismo è un umanismo, nel quale sosteneva l’idea che l’unica maniera per restituire all’essere umano ciò che gli spetta di diritto è quella di lasciargli la propria libertà. Cosa poi sia questa libertà, lo dice bene in merito a Dio: se l’uomo è libero, Dio non può esistere, altrimenti sarebbe un limite per lui, ma siccome la libertà dell’uomo è assoluta, Dio non può esistere. Ateismo lineare quello del Sartre esistenzialista, fondato sulla sua concezione che “l’inferno sono gli altri” poiché limitano la mia libertà. Libertà umana assoluta, quella non tanto di poter fare ciò che si vuole, ma di poter scegliere tutto ciò che si fa… (Jean-Louis Chrétien, lo criticò di “stoicismo”, secondo cui nessuno può togliere all’essere umano la libertà di accettare o meno il suo destino, che implacabilmente lo sospinge.

Ma cos’è la libertà e che ruolo può giocare per un nuovo umanesimo?

Nel 1947 un altro grande filosofo, tedesco, Heidegger, pubblicò la Lettera sull’“umanismo”, in cui cercava di ridare senso alla parola “umanismo”, prendendo le distanze proprio da Sartre. Per Heidegger infatti, il cuore dell’umanesimo non può che essere l’uomo (ovviamente!), ma non più inteso dal punto di vista della sua libertà, bensì del linguaggio, la “radura dell’essere”, spazio in cui la realtà acquisisce significati.

Ma che complicato, no? Vediamo se riusciamo a sviscerare un po’ questo concetto, a renderlo un po’ più “popolare”.

Come il pastore pascola le pecore, l’uomo “pascola” l’essere, lo custodisce attraverso il linguaggio. Quest’ultimo è dunque il luogo in cui la realtà, le cose, le persone, i pensieri (l’essere), si manifestano, esistono ed hanno un senso. È come se solamente pensando le cose e parlandone, esse ricevessero il loro significato.

Noi vediamo che la vita ha il suo ciclo, la natura va per conto suo, l’universo e la materia seguono il loro corso; ma quando subentra l’essere umano, “rompe” questo equilibrio, dandogli un’altra direzione, o forse, più semplicemente, inscrive in questo corso un nuovo corso, quello della “storia”, della storia umana.

La storia umana si inscrive in quella cosmica dell’universo. 

La libertà dunque ed il linguaggio: mettiamo insieme questi due ingredienti e vediamo cosa ne esce…

L’essere umano il luogo in cui la realtà acquisisce una direzione diversa, nel bene e nel male, perché altera il corso delle cose, fino ad un certo punto per lo meno, nel senso che il suo raggio d’azione è “limitato” al pianeta terra e poco più.

Eppure, se a livello cosmico questa sua influenza resta praticamente nulla, a livello di vite e di storie di persone e di esseri viventi, il suo intervento è decisivo (purtroppo o per fortuna). Le stelle, i pianeti, gli infiniti sistemi che si muovono producendo rumori silenziosi, il sole, vanno, camminano indipendentemente da noi e dalle nostre scelte. Sono iniziati senza di noi e finiranno, se avranno una fine, senza di noi. Né la nostra libertà né il nostro linguaggio potrà mai deviarne il corso.

I rinascimentali, umanisti per eccellenza, ripresero il concetto medievale di “macrocosmo” per dire l’universo, infinito, enorme, autonomo. Questo dialogava con quello infinitamente piccolo di “microcosmo”, la vita personale dei singoli uomini, con i loro drammi, sogni, incontri…

Il microcosmo umano era per i rinascimentali, per gli “umanisti”, il punto minuscolo dove si concentrava lo spazio immenso, guadagnando un senso, una dignità ed un significato pieni.

L’eredità medievale cristiana è fuori discussione, benché il recupero della cultura classica, greca e romana, mirava a motivare diversamente l’unicità dell’essere umano: non più un uomo come immagine e somiglianza del Dio di Gesù Cristo, il Dio-uomo, ma un uomo la cui dignità era dovuta alla sua intelligenza, alla sua ingegnosa capacità di creare, di progettare, di inventare, alla sua voglia di bellezza.

Lo stile di Giotto riportò l’attenzione sulle figure umane dei racconti biblici, sui santi e sulle loro storie, più che sull’oro di Dio, eredità bizantina. Un processo, questo, di progressivo spostamento di prospettiva, dal divino all’umano, dallo stile acuto del gotico a quello ad arco tondo rinascimentale, più basso, più umano e meno anelante dell’altezza divina.

Iniziò così la secolarizzazione, quel processo di “scristianizzazione”, di progressiva separazione della cultura, della scienza, della filosofia, della politica dalla religione cristiana e dalla Chiesa romana. Stiamo parlando del periodo che va dal XIV secolo in poi, e che, in un certo senso continua tutt’oggi.

Avendo “ribassato” il suo orizzonte di ricerca di significato per la propria vita, l’essere umano si è trovato a dover cercare altri orizzonti, altri paradigmi che potessero orientarlo nell’universo infinito e nella storia dell’umanità di cui è parte. Ha così acquisito una grande importanza la scienza, la forma di sapere che ancora oggi ci dà più garanzie “pratiche”, perché vediamo che, se applicata, funziona. Ma anche una politica democratica, almeno in Occidente, non più fondata sul diritto divino che una famiglia reale o un uomo potente aveva di governare, ma sull’accordo tra le persone (o sulla presa di potere totalitaria di alcuni). E così per la morale, per le scelte di ogni giorno, per l’interpretazione di ciò che ci accade quotidianamente: di chi la colpa? Di chi il merito? E perché? Non è più la Provvidenza a guidare i passi degli esseri umani, bensì il caso, il karma, il destino… tutti elementi già propri di altre civiltà, di altre culture ed epoche, che oggi ritornano da noi per colmare lo spazio vuoto lasciato dalla religione.

Ma qual è la stella cometa che seguono i re magi di oggi? Quale il fine, lo scopo di questi uomini che siamo, molti di noi senza Dio o senza fede in qualcuno o in qualcosa, semplicemente qua, vivi, faticando ogni giorno con il proprio lavoro, le proprie famiglie e le proprie paure circa il presente e l’avvenire. Da dove veniamo, dove andiamo e perché? Sembrano queste domande a cui le uniche due risposte possibili sono quella scientifica, dal Big bang e dalle scimmie, e quella spirituale, da Dio o da qualche misteriosa energia. La prima, quella della scienza, non si esprime sul senso del nostro esserci ma semplicemente dice come siamo arrivati qua come individui e come specie. La seconda, quella “spirituale”, rischia di non essere altro che l’espressione di un parere personale, di una credenza inculcataci da noi stessi o da chi ne aveva interesse o bisogno, siano essi i nostri genitori o i preti di turno.

Ecco allora che il “nuovo umanesimo” vuole rispondere a queste domande innanzitutto riproponendo la questione da un punto di vista preciso, quello dell’uomo; non vuole dare risposte, ma riproporre la domanda: “cos’ha l’uomo di così speciale? E come realizzare questa unicità?”.

La domanda, forse ancor troppo teorica, ha invece un valore assolutamente concreto, perché tocca tutte le sfere del nostro vivere: il nostro modo di vedere la famiglia, le relazioni, il rapporto con il cibo e con gli animali (pensiamo al veganesimo per esempio), la motivazione per il lavoro, gli stipendi e le pari opportunità, i diritti umani, il razzismo ed il bullismo, la parità dei generi e la libertà di opinione, il rapporto con la religione (anche cristiana) e con gli Stati, ma anche il senso dello sport e del denaro, della salute e della guerra, dell’arte e dell’amore.

Riproporre un “umanesimo” significa dunque entrare nella nostra cultura per trasformarla dall’interno, in forma nuova, non da un giorno all’altro, ma rendendola più “umana”. Ma che cosa significa “umana”? Cosa vuol dire “umanismo” o “umanesimo”? Che cos’è l’uomo? Chi è l’essere umano? Che tipo di uomo vogliamo riportare al centro?

Dipende dall’idea che hai di uomo, mi si risponderà.

Ciò significherebbe pertanto che la questione dell’umanesimo è una questione di idea da applicare: se io ho un’idea di un uomo superdotato con una forza fisica spaventosa ed il diritto di disporre degli altri esseri viventi e delle cose come gli pare, allora l’umanesimo sarà una specie di “super-umanesimo”, perché il mio è un super-uomo. Se, al contrario, l’idea che ho di uomo è quella di un umile “acaro” (come direbbe Pascal) che cerca l’infinito, elaborerò un umanesimo che prediligerà le pratiche umili, come il lavoro ed il sacrificio per esempio, così come quelle forme che lo portano a trascendersi e a superarsi, come l’arte. E se il mio uomo non è altro che il prodotto biologico della natura che deve lottare per sopravvivere, allora il mio umanesimo sarà semplicemente “naturale”: l’essere umano nasce, vive riproducendosi e nutrendosi, e poi muore, quindi le istituzioni che nasceranno in questo tipo di umanesimo saranno volte a tutelare la sopravvivenza biologica degli individui, con tutto il diritto “bio-politico” (direbbe Foucault) di sottomettere la libertà umana dei singoli alle necessità di sopravvivenza della specie, Covid docet…

Facciamo per un istante un passo indietro: siamo nel 1934, vigilia della Guerra civile spagnola, a Santander in Spagna (città meravigliosa!). Il filosofo Maritain tenne delle lezioni (raccolte in Umanesimo integrale). Dialogando con l’umanesimo proposto dal marxismo socialista, che spingeva verso ovest, egli ne propose uno nuovo, integrale appunto, perché incentrato sulla globalità della sfera personale. Uscita da un regime di “cristianità” (essere una civiltà cristiana), l’Europa, così come il mondo intero, deve rimettere al centro l’essere umano e la sua vocazione personale, quella a vivere in comunità dove l’amore e l’amicizia sono i valori perseguiti da tutti, indipendentemente da credo, cultura e classe sociale. Solo questi due valori infatti che permettono di creare una civiltà universale ed unita, aperta allo stesso tempo alle differenze.

Cosa ci resta dunque?

L’umanismo ateo di Sartre che esalta la libertà assoluta; quello linguistico di Heidegger per cui l’uomo è custode del senso della vita; quello di Maritain che tende all’unità comunitaria attraverso l’amore e l’amicizia.

Cosa ci resta di tutto ciò?

Esaltazione per questi grandi valori il cui suono fa brillare e vibrare l’ego umano, capace di illuminare l’universo e la storia con ciò che di più bello possiede: la libertà, la cura, l’amore e l’amicizia.

Il problema evidentemente è duplice. Da un lato la motivazione: perché io dovrei credere e sostenere questi valori? Dall’altro la diffusione: come far sí che anche gli altri li facciano propri?

A entrambe rispondo così: come per qualunque altro valore autentico, niente e nessuno potrà imporci ciò in cui credere e per cui lottare, ma la scelta ricade su noi stessi, sulla nostra responsabilità che, attraverso un travaglio di maturazione, deciderà in cosa credere e perché. Il primo passo dunque è quello di sviluppare la nostra capacità critica, affinché possiamo essere il più possibile liberi nello scegliere i valori che guidano la nostra vita, in rete con quella altrui.

Ciò implica innanzitutto, come sosteneva Ugo Spirito (tra molti), investire nell’educazione: educare se stessi e lasciarsi educare alla criticità delle idee ed alla responsabilità delle azioni. Perché, così come per l’allegria, chiunque si fa portatore di sentimenti, atteggiamenti, idee, proposte “positive” è un benefattore.

Questo atteggiamento non deve però mai far sí che qualcuno possa arrogarsi il diritto di sapere meglio degli altri dove andare o in cosa credere:

in altre parole, possiamo solo proporre, mai imporre.

Ma capisco che questa idea di tolleranza e rispetto della libertà altrui e della maturità, sono già dei valori che in molti abbiamo faticosamente scelto. Non possiamo che proporli, mostrandone la bellezza e l’utilità all’ora di creare un mondo condiviso e convissuto, nel quale chiunque possa trarne beneficio.

Per questo, e concludo, un nuovo umanesimo non può che passare attraverso la proposta di una nuova cultura più “umana”, più fedele e rispettosa dell’essere umano, per “rendere l’umanità un po’ più umana”. Bisogna “umanizzare l’umanità”!

Ma per non scadere ancora una volta nella logica dell’idea di uomo che va applicata alla realtà, dell’ideale di uomo che va imposto per essere raggiunto, qualunque esso sia, è forse il caso prima di fare silenzio e mettersi in ascolto dell’uomo, di ciò che esso, lui o lei, ci sta dicendo. Prima di dire cosa è l’essere umano e come dovrebbe essere, dobbiamo fare silenzio e ascoltare le storie dei singoli protagonisti, di quelli che incrociamo sul nostro cammino, perché solamente loro potranno dirci cosa significa che hanno bisogno di un mondo più umano… di una cultura più a misura d’uomo, di istituzioni meno spersonalizzate, di sport meno alienante ma realizzante, di una religione più prossima e meno “divina”, di relazioni meno funzionali ma più gratuite, di aiuti fatti per compassione e non di indifferenza.